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Corriere di Gela | Minori in difficoltà
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notizia del 07/03/2009 messa in rete alle 12:25:27
Minori in difficoltà

Così la Questura di Caltanissetta ha definito i ragazzi dediti all’esercizio della violenza. Che suggerisce di proteggere e di integrare nel contesto sociale. Lo studio della Questura nissena segue di pochi giorni la relazione del Presidente della Corte d’Appello, Dott. Ingargiola, sul quale ho parecchio riflettuto.
Ora le mie titubanze aumentano alla luce delle valutazioni quadrimestrali degli studenti medi sia sul comportamento sia sulle discipline di studio.
Una docente, con la quale scambio opinioni su argomenti di vario tipo esclamerebbe: «Preside, c’è da morire!»
Perché c’è da morire? Perché ad occuparsi dei giovani in termini ‘pedagogici’ e ‘politici’ sono organi dello Stato che sono deputati all’amministrazione dell’Ordine Pubblico (la Questura) e della Giustizia (Corte d’Appello). Questa nella persona del Presidente sostiene che nel territorio mancano figure alte di riferimento. Quelle figure alle quali i soggetti in età evolutiva dovrebbero ispirare il loro comportamento in un rapporto dialettico di confronto-scontro per la costruzione dinamica della loro autonoma identità.
L’Ufficio Minori della Questura nissena, a sua volta, suggerisce agli organi preposti di «proteggere e di includere nel contesto sociale». Grande, forse anche ingenuo stupore il mio. Sì, da ex che non ha perso il vizio. Proprio come il lupo che con la vecchiaia perde solo il pelo. Mantiene, invece, il vizio della pedagogia e della politica. Cioè, di quei comportamenti umani che sono legittimati dal bisogno di futuro. Essendo nata la prima dal bisogno degli adulti di vedere perpetuati i propri comportamenti e la seconda dall’altrettanto forte bisogno di conservare nel futuro le strutture create per la comunità. Perpetuazione e conservazione nel tempo futuro ad opera di chi, crescendo, avrebbe dovuto farsene carico e che, per un altrettanto forte bisogno di trasgressione, ha modificato o addirittura radicalmente rivoluzionato. La pedagogia nel tempo è stata assegnata alla scuola e la politica è passata dalla polis allo stato e alle sue articolazioni deputate a compiti specifici. La scuola e lo stato, invece, ora guardano con terrore ai giovani. Non come soggetti da proteggere e integrare, ma come potenziali delinquenti da sanzionare.
Il dibattito educativo quest’anno infatti si è tutto esercitato sul cinque in condotta prendendo lo spunto dal fenomeno del bullismo. Sicché la scuola ha scelto la strada che a me sembra opposta rispetto a quella che dovrebbe percorrere: un istituto di reclusione e di pena. Infatti a chi si assenta sfuggendo alla reclusione, cinque in condotta. Saltando la fatica dell’individuazione delle ragioni delle assenze più o meno prolungate. Sfuggendo anche a un’analisi dell’appeal del curriculum, visto che nonostante le minacce il profitto degli studenti già scarso (Ocse-Pisa) è diventato ancora più scarso oltre che in lettura, matematica e scienze anche in lingua straniera (inglese) che pareva stesse tanto a cuore del Cavaliere Berlusconi e della sua Scudiera Gelmini. Sicché non capisco a chi è rivolto l’appello dell’Ufficio Minori della Questura di Caltanissetta. Che pure è molto esplicito nelle sue indicazioni quando sostiene che occorre migliorare (?) il rapporti tra le varie agenzie del territorio, quelle pubbliche e quelle private, per le azioni di prevenzione e contrasto delle devianze e, parliamoci chiaro, della delinquenza minorile. Compiti che sono innanzitutto del Comune e della Scuola. Il primo perché titolare della politica e, quindi, responsabile dell’orientamento del territorio. La seconda per dovere istituzionale e professionale. La famiglia no! Perché oggi ha pure bisogno di essere – per usare i termini della Questura – protetta e inclusa nel contesto sociale. Le sinergie devono essere coordinate dal Comune! Per questo nella mia precedente nota avevo sollecitato un dibattito in Consiglio Comunale. Per il futuro della città. Che passa attraverso i giovani di oggi. Oggi, invece, passa l’immagine di una gioventù violenta, dedita alla delinquenza addirittura organizzata nelle famiglie mafiose. Immagine che è egemone e sembra anche maggioritaria. Anche se non corrisponde alla realtà. Che invece è, per grazia di Dio, tutt’altra. Fatta di giovani che studiano, che fanno musica, teatro, volontariato, sport. Però non appaiono e quindi è come se non esistessero. Di fatto la città propone un’immagine distorta di sé. Che deve essere raddrizzata. Ma non certamente con le minacce di sanzioni di esclusione. Appunto, non producono inclusione. Paradossalmente le sanzioni diventano fattore di esclusione e di violenza ulteriore. Da lupo che non perde il vizio, mi piacerebbe tanto che si affrontasse la questione giovanile in termini politici. Ohimé, la politica! I giovani se ne allontanano? Qualcuno avanza il sospetto che è essa ad essersi allontanata dai giovani e, quindi, da se stessa, dalla progettazione del futuro. Per diventare cosa? E’ sotto gli occhi di tutti. Parola di un lupo che più non morde!


Autore : Luciano Vullo

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