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notizia del 12/12/2011 messa in rete alle 12:19:25
Un forum permanente dedicato all’istruzione, alla formazione e all’educazione
L’altro ieri, in un intervento pubblico, ricordavo che in caso di patologie di una certa gravità, i medici sono soliti riunirsi in consulto per affrontare il caso. Specie se appare nuovo. La rivoluzione elettronica e la diffusione della digitalità sono non soltanto nuovissime, ma anche dirompenti e, forse, irreversibili. Direi anche imprevedibili quanto a conseguenze non lontanissime nel tempo.
Impongono alcune riconcettualizzazioni. Non senza un pizzico di presunzione, mi viene da pensare a Kant. A distanza di circa due secoli dalla rivoluzione scientifica di Copernico-Galilei-Newton, volle ripensare le forme di spazio e tempo con cui legittimare – proprio così,de iure – il sapere scientifico moderno. Ne venne fuori la Critica della ragion pura. Opera da fare tremare le vene dentro i polsi soprattutto agli studenti universitari di filosofia. Vade retro satana, mi ripeto. Lungi da me tentazioni del genere!
Ma la portata sul piano teoretico e soprattutto su quello socioculturale della rivoluzione digitale è enorme. Così appare alla mia mente, debolissima erede della cultura alfabetica e, per ciò stesso, analogica. Rischia di diventare residuale? Certo è che il cyberspazio, dentro il quale sono nate le generazioni che stanno sotto i trent’anni, non è più lo spazio urbano,nazionale e internazionale dentro il quale sono cresciute per secoli generazioni di uomini che hanno fatto e/o vissuto la storia della civiltà occidentale.
Il rischio è la separazione, magari precaria, delle generazioni. Da un canto quella di chi testimonia la cultura analogica in via di tramonto e quindi inutilmente residuale seppure arrogante e autoritaria. Dall’altro la generazione dei digital born che, portatrice di nuovissime competenze e abilità, le usa spesso con sicumera.
Mi preme, in questa noticina, rilevare solo un aspetto dal quale ricavo un’urgenza per la nostra comunità. Il problema mi pare sia questo, alla luce degli ultimi eloquentissimi avvenimenti: la dimensione del “nazionale”, a discapito della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sta crollando. Forse è già crollata se è vero, ed è vero, che i governi (nazionali) somministrano al territorio, con norme, provvedimenti decisi altrove. Banca centrale europea, fondo monetario, agenzie di rating, mercati globali sono i veri protagonisti invisibili.
Sta avvenendo sotto i nostri occhi più o meno distratti, con la complicità della comunicazione massmediale, un processo che non è solo di deterritorializzazione, ma anche di denazionalizzazione. Quali le implicazioni? Dovrebbe su questi problemi esercitarsi la politica. Magari per tornare a dividersi. Non come ha fatto la casta che ha confuso e mortificato la distinzione di destra, centro, sinistra e tutti uniti nella grande abbuffata. La destra nostalgica per tentare la frenata del cambiamento, la sinistra per orientarlo verso esiti di crescita democratica. In ogni caso per riconcettualizzare la dimensione del locale.
Che, lasciato per così dire alle logiche del “libero mercato”, rischia di diventare il ghetto dei nuovi esclusi. Di quanti, “novantanove per cento!”, subiscono inermi gli effetti delle decisioni prese dall’ “uno per cento!”. Con la conseguenza di azzerare, per spoliazione, da un canto la storia della cultura analogica della quale sono portatrici in prevalenza le persone anziane, dall’altro, per mortificazione, le abilità di cui sono portatori i nativi digitali.
Quest’attività di riconcettualizzazione della dimensione locale ha, a mio modesto avviso due valenze. Una squisitamente politica – la costruzione (o la ricostruzione?) dello spazio-tempo urbano –. Connessa a questa, la valenza pedagogica. Che, proprio come la prima, riguarda tutti in quanto tutti oggi dobbiamo ritenerci soggetti protagonisti di apprendimenti.
A prescindere dalle età delle persone e dagli impieghi professionali degli apprendimenti. Per integrare, anche nel cosiddetto “spazio virtuale” e nel cosiddetto “tempo reale”, nuove forme di verticalità e di orizzontalità. Mi viene in soccorso, mutatis mutandis, Platone. Fece morire Socrate, il vecchio maestro che guidava verso l’alto, alla ricerca della Verità. Quella di Socrate fu una cultura orale. Al tramonto, nonostante l’ammirazione che Platone nutrì per essa che difese anche sul piano teorico. Scrivendo però. Scrivendo dialoghi. Ovvero opere in cui la verticalità è compensata dalla orizzontalità in cui i discepoli si incontrano.
Il Forum dovrebbe preparare un piano e mettere assieme istituzioni formali e non formali accomunandole nel progetto di Città educativa in modo che i nuovi alfabeti – digitali o ibridi che siano – non vengano esclusi dalla vita della città. Oggi il pericolo è che tutti siamo esclusi. Sia i testimoni residuali della tradizione analogica sia, i nativi digitali. Ghettizzati. I padroni del mondo non hanno bisogno di erigere barriere con filo spinato atraversato da corrente elettrica per recludere gli esclusi. Ci sono anche forme soft di reclusione in recinti. Le stiamo sperimentando, subendole anche con allegria.
La mancata riconcettualizzazione della dimensione locale lascia tutto all’arroganza della globalizzazione finanziaria e alla barbarie della localizzazione leghista. Né possiamo aspettarci doni gratuiti! Ci sono tante risorse. Mentre eravamo a discuterne al Liceo Classico lo scorso sabato 3 dicembre, le associazioni di volontariato di Gela ne parlavano nel meeting nazionale organizzato nella tre giorni di Scoglitti.
E’ il caso di metterle assieme queste risorse e farle diventare rete. Contro ogni forma di emarginazione e contro ogni forma di violenza che può insinuarsi nel collettivo sentimento di smarrimento vissuto da un ambiente fortemente toccato da forme inedite – anche invisibili! – di cambiamento.
Autore : Luciano Vullo
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