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notizia del 04/05/2003 messa in rete alle 12:11:26
Parlagreco, Vullo e Corsello ricordano Paolo La Rosa
Ad una settimana dalla scomparsa di Paolo La Rosa, avvenuta Il 25 aprile, nella ricorrenza della Festa della Liberazione (e non il 26, come erroneamente avevamo pubblicato) a pagina 3 lo ricordano Luciano Vullo che ne ha voluto tratteggiare la figura in chiave umanitaria e solidale, e Antonio Corsello. Riproponiamo anche la postfazione di Salvatore Parlagreco, direttore del Servizio Stampa dell’Assemblea regionale siciliana, al libro-intervista “Petrolio e lotte di popolo nella Sicilia del Feudo”, pubblicato nel 1996 e che lo scomparso scrisse a due mani con Emanuele Zuppardo
Visse gli anni più intensi della storia di Gela (di Salvatore Parlagreco)
Gela é una città simbolo nel Mezzogiorno d’Italia. Negli ultimi cinquantanni essa ha rappresentato in modo esemplare le vicende cruciali del nostro Paese: lo sviluppo, l’industrializzazione, la scomparsa del bracciantato agricolo, la criminalità organizzata, le partecipazioni statali e le grandi opere pubbliche. Queste vicende sono state raccontate da occasionali viaggiatori o da esperti interessati, con l’unica eccezione dell’opera di Hytten e Marchioni “Industrializzazione senza sviluppo. Gela, una storia meridionale”, che solo pochi fortunati sono riusciti a leggere e che molti conoscono per la meritata fama che ha conosciuto.
Mancava dunque una testimonianza dall’interno: Paolo La Rosa ha il merito di colmare questa lacuna. Nessuno meglio di lui conosce gli avvenimenti che dalla metà degli Anni Cinquanta fino al decennio successivo hanno segnato le alterne fortune di Gela e del Mezzogiorno. Paolo La Rosa ha vissuto in prima persona i quindici anni più intensi della storia di Gela, quelli che cambiarono tutto: l’anima della gente, la natura e il paesaggio, il mare e i boschi.
Se Gela é la cartina di tornasole del Sud, la storia personale di La Rosa lo é della città di Gela. Quando il movimento contadino si arrese alle prospettive di migliore reddito dell’industria, Paolo La Rosa, che lo guidava come segretario della Camera del Lavoro e dei braccianti, fu costretto a “dimenticare” le grandi battaglie della terra e i contratti bracciantili e mettersi alla testa dei chimici. Un’impresa quasi impossibile, perché niente avevano in comune braccianti e chimici.
Paolo La Rosa rappresentò invece con grande competenza e forza i chimici, come aveva rappresentato i braccianti. Il suo successo fu il successo di tutti. Migliaia di contadini e braccianti abituati a recarsi all’alba al lavoro o scelti dai caporali nelle piazze, dall’oggi al domani, assolsero con dignità ai nuovi compiti di fabbrica adattandosi ai turni, alle specializzazioni richieste, ai bisogni dell’industria.
Paolo La Rosa fu anche dirigente comunista, il capo dell’opposizione in consiglio comunale e, per un breve periodo, anche sindaco di Gela, ma la sua esperienza sindacale é sicuramente la pagina più importante della sua storia personale, rappresentando in modo illuminante la capacità della gente del sud di rinnovarsi rimanendo se stessi.
Paolo La Rosa non é stato solo il sanguigno capo dell’opposizione o il dirigente sindacale degli anni della svolta, ma un personaggio umanamente straordinario. Non c’é stato mai nella sua longeva attività politica e sindacale un gesto, una parola, una scelta di prevaricazione, di arroganza. Il sindacalista vulcanico, il capo dell’opposizione che trascina la protesta e dà una speranza di vittoria e di riscatto a coloro che non hanno niente, meno di niente, pretese da sé e dai compagni di lotta rispetto per gli avversari politici o la controparte aziendale. Gli interventi ruvidi e incisivi in consiglio comunale, nei comizi, nelle assemblee sindacali, ne fecero un personaggio scorbutico. Ma era una maschera che non gli si addiceva, cogliendo l’aspetto superficiale di Paolo La Rosa.
Fiuto, passione, determinazione, tenacia ed una vita vissuta insieme alla gente più umile e bisognosa, gli davano una carica eccezionale. La folla lo riconosceva come un capo forte ed affidabile, si sentiva rassicurata, nutriva la voglia di battersi, si divertiva per le sue battute salaci, amava le sue semplici metafore, credeva nelle sue parole.
Quando lo ascoltai per la prima volta – sono passati troppi anni per ricordare il giorno – Paolo La Rosa concluse il suo comizio nella campagna elettorale per le amministrative, con l’invito a cacciare i borboni dal Comune di Gela. Era un urlo, una promessa, un auspicio. Fu ripetuto e scandito dai “compagni” che pendevano dalle sue labbra. Quel modo era troppo lontano dal mio perché lo apprezzassi. Mi sembrava che quella semplicità, quella ruvidezza non fossero adeguati ai bisogni della gente, che fosse necessario spiegare perché il mondo andava come andava. Naturalmente sbagliavo. La carica di verità delle parole di Paolo La Rosa sopravanzava mille dotti discorsi, arrivava al cuore ed alla testa della gente.
C’é chi ha tutto e chi vive con un piatto di fagioli al giorno, ricordava Paolo La Rosa. E questo era ingiusto, bisognava combatterlo, stare dall’altra parte. E stare dall’altra parte per Paolo era schierarsi con il partito comunista. Nella quotidianità l’integralismo, il populismo, che sembravano far parte della natura di La Rosa, lasciavano il posto al dialogo, alla meditazione, alle buone ragioni. Nessun compromesso con la coscienza, nessun tradimento – piccolo o grande – ma la necessità di consegnare alla politica, alla democrazia ed alle sue regole, lo spazio che ad esse competeva.
I tempi moderni ci consegnano l’esatto contrario. I principi, i valori, le regole godono di scarso credito, sono guardati quasi con sospetto. La Gela degli anni ottanta é diventata terreno di guerra e di mafia, e quella del decennio successivo vive una crisi di identità senza precedenti. La politica ha abdicato ai bisogni delle fazioni. E le regole, soprattutto, non contano più. Per questa ragione il messaggio di Paolo La Rosa é attuale.
Parola d’ordine: Pane e lavoro! (di Luciano Vullo)
“Quanti valori! Ora ci fa sorridere.
Durante il fascismo e dopo la seconda grande guerra si piangeva per il pane. Gli adulti e soprattutto i bambini.
Paolo La Rosa negli della sua giovinezza ne avrà visti tanti bambini in lacrime ad elemosinare un pezzo di pane, a sottoporsi a dure fatiche, ad andare in campagna a raccogliere spighe, a guardare pecore, a sottomettersi ai padroni per umili servizi!...
La città, la vita dei campi e il partito furono le sue scuole. Dure, rigorose, severe. Come erano i tempi. Una briciola di pane non doveva andare perduta, altro che buttata, era “grazia di Dio” per i credenti cattolici, sollievo dalla fame per Paolo! Imparò subito a lottare per il pane quotidiano e insegnò a lottare. Rispetto a quanti praticavano – pochi – e chiedevano l’elemosina – tanti – stendendo materialmente la mano o umiliandosi in prestazioni servili, il “comunista” lottava e insegnava a lottare per il lavoro. Il lavoro come strumento di riscatto, di liberazione degli uomini e delle donne, di realizzazione della loro autentica personalità, di educazione libera dei giovani, di dignità, di onestà, di rispetto.
“Pane e lavoro”! Era un bel predicare la libertà negli anni ‘40 e ‘50 nella Sicilia feudale. La guerra partigiana aveva liberato la patria dalla dittatura. L’Italia finalmente si dava con la Costituzione un assetto nuovo di Repubblica democratica fondata sul lavoro. Nel Sud la povertà regnava assoluta. Bisognava conoscere il lavoro per diventare cittadini. Molti per soddisfare la fame loro e dei figli e delle mogli emigrarono. Portarono la loro dignità e il loro sudore alle terre del Nord, in Europa, in America. Tanti vollero rimanere, attaccati alla terra, alla Sicilia, prima di sperimentare la strada della separazione... Paolo La Rosa capì che bisognava sta-re accanto a questi uomini, per affrancarli dal bisogno e per costruire insieme a loro, al loro lavoro la libertà e la democrazia di tutta l’Italia, con la Sicilia e il Meridione. Lo fece andando nei cam-pi al momento della suddivisione dei prodotti, quando i padroni la facevano “da padroni”. Sostenne con coraggio i lavoratori della ter-ra. Il problema era quello del “pane”. Associato ad esso quello del riscatto attraverso il lavoro. Della libertà. E per la libertà fu contro la “legge truffa”. E per la libertà insieme ad altri dirigenti comunisti e contadini andò in galera.
Pane, lavoro e “comunismo”, quello sognato e quello cantato e predicato in tanti comizi.
Accorrevano i lavoratori in Piazza Umberto in massa quando Paolo comiziava. Andavano a ripassare la lotta per il lavoro e andavano a godere delle belle utopie degli “uomini liberi e uguali”, assaporando il comunismo.
E intanto si costruivano anche a Gela le coscienze democratiche e libere con il contributo di uomini antichi e di parole semplici. “Paolo La Rosa”. “Pane e lavoro”.
Piango un amico (di Antonio Corsello)
Ho un debito verso l’amico Paolo che in questi ultimi giorni mi aveva mandato i suoi saluti tramite un nipote. Li ho ricambiati promettendo una prossima doverosa visita. Ma i troppi impegni di questi giorni mi hanno costretto a rinviare la visita promessa. Adesso, all’improvviso, mi é pervenuta la ferale notizia che mi addolora immensamente. Paolo é morto: mi viene a mancare un caro amico al quale mi legavano vincoli di reciproca stima che risalivano a tempi lontani e non sospetti. Stimavo Paolo per la fedeltà ai suoi ideali, per la coerenza della vita, perché condividevo con lui l’amore e la difesa dei poveri, anche se operavamo su fronti opposti.
C’é stato chi, parlando dei miei rapporti con Paolo, ha rievocato le figure di Peppone e Don Camillo. Questa stima non troppo sotterranea ci ha visto lottare assieme per la difesa del mercato del martedì. I commercianti indispettiti per la mia posizione che danneggiava i loro interessi mi accusarono al vescovo il quale mi chiese una relazione che non volli fare perché non ritenevo il vescovo più competente di me su questo tema. A Mons. Federico che fungeva da intermediario risposi che i poveri di Gela avevano assolutamente bisogno del mercato per vestirsi e per mangiare. Se i commercianti ci tenevano a far fallire il mercato bastava semplicemente abbassare i prezzi.
Io sono arrivato a Gela nello stesso anno in cui Paolo vi si trasferì da Mazzarino. Di lui mi parlò spesso un mio compaesano, Montelepre, che condivideva con lui una stanza in affitto. Fu allora che cominciai a conoscere Paolo, la sua fede negli ideali di giustizia, la; sua coerenza di vita, l’inflessibile e coraggiosa lotta in difesa della classe operaia e contadina.
Dobbiamo dirlo con forza: Paolo era stato comunista convinto quando non era facile, quando questa scelta di campo comportava non pochi rischi. E difatti per questi ideali che lo animavano, Paolo ha pagato di persona. Ho sentito spesso i suoi ammiratori chiamarlo “u liuni”. E Paolo era veramente un leone, un combattente e coraggioso integerrimo. Quando parlavo con Paolo, anche se rimarcavo le differenti posizioni ideologiche, non nascondevo mai la mia; personale simpatia per lui e per le sue posizioni. Simpatia che egli mi ricambiava.
Quando ho visto Paolo e la sezione comunista piangere la morte di Stalin “padre dei poveri” gli feci rilevare che potevano pure risparmiarsi queste inutili lacrime. Ma Paolo era sincero e non conosceva, come tanti altri, le nefandezze di Stalin.
Appena eletto sindaco di Gela, all’indomani mattina presto mi telefonò: “Qui Paolo La Rosa, nuovo sindaco di Gela che vuole venire a fare omaggio al suo amico Padre Corsello”. “Non sia mai – risposi – vengo io immediatamente al Comune per congratularmi col primo cittadino di Gela”. Entrato in Comune notai che i netturbini avevano subito sospeso lo sciopero che durava da oltre un mese. “Scrusciu di scupa nova”, dissi. “La solita malignità clericale”, rispose Paolo. Mi introdusse nel gabinetto del sindaco e mi dichiarò che voleva fare il sindaco sul serio per venire incontro alle aspettative dei poveri. Ma un sindaco, con tutta la sua buona volontà, può fare ben poco se non ha la collaborazione delle persone oneste. Proprio di questa aveva bisogno e mi chiese se poteva contare sulla mia. Gliela promisi esprimendo completa fiducia nelle sue capacità.
E quando Paolo organizzò la marcia sul Disueri perché fosse resa agibile a beneficio dei contadini, le Acli ed io aderimmo con entusiasmo all’iniziativa. I dirigenti democristiani mi accusarono perché, partecipando a quella manifestazione, ci facevamo strumentalizzare dai comunisti. Risposi che non riuscivo a capire perché mai non avremmo dovuto partecipare ad una lodevole iniziativa della Camera del Lavoro che noi condividevamo.
Sempre coerente con i suoi principi Paolo La Rosa non ha voluto i funerali religiosi. Durante la sua malattia mi aveva ribadito questa sua intenzione, che non ha saputo contrastare. Me ne dispiace ma rispetto la coerenza di Paolo. Mi piace pensare che la misericordia infinita di Dio vorrà accogliere nel suo regno l’anima benedetta di Paolo in considerazione che egli per tutta la vita si é battuto in difesa dei diritti dei poveri, quei poveri che sono la pupilla degli occhi di Dio.
Sant’Agostino distingue nella Chiesa un corpo ed un’anima. Al corpo appartengono tutti i buoni cristiani che partecipano ai suoi sacramenti ed alla sua vita, mentre alla sua anima appartengono tutti quelli che cristiani non si professano, ma ispirano la loro vita ai principi del vangelo.
Fortunatamente il metro con cui Dio misura la bontà degli uomini é molto diverso da quello che usualmente adoperiamo noi.
Autore : Redazione Corriere
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