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notizia del 21/06/2008 messa in rete alle 11:49:22
La Polizia incastra gli autori dell’incendio del 2005 a Piazza Trento
A conclusione di complesse investigazioni coordinate dalla Procura della Repubblica – Dda di Caltanissetta (Procuratore Sergio Lari, Procuratore aggiunto Renato Di Natale, sostituto Alessandro Picchi) e condotte dalla Polizia di Stato (Squadra Mobile di Caltanissetta e Commissariato di Gela) – nella notte tra mercoledì e giovedì sono state eseguite sette ordinanze di custodia cautelare in carcere, di cui sei emesse dal Gip del Tribunale di Caltanissetta Paolo Andrea Fiore, su richiesta della Procura della Repubblica, e una G.I.P. del Tribunale dei minorenni di Caltanissetta Francesco Pallini, su richiesta del Pm Simona Filoni, della Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Caltanissetta, a carico di e per i seguenti reati: strage, associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico, detenzione al fine di vendita e cessione di sostanze stupefacenti, detenzione illecita di arma da fuoco e relativo munizionamento, estorsione in concorso, aggravata dal metodo mafioso, danneggiamenti a mezzo incendio:
Paolo Di Maggio, nato a Gela il 12 maggio 1960, detenuto presso la casa circondariale di Caltanissetta; Salvatore Di Maggio, nato a Gela l’08 gennaio 1984, in atto detenuto presso la casa circondariale “Pagliarelli” di Palermo; Giuseppe Alfio Romano Alfio, nato a Catania il 29 aprile 1981, detenuto presso la casa circondariale di Caltanissetta; Calogero Daniele, nato a Gela l’11 ottobre 1982, libero; Nicola Liparoti, nato a Gela il 23 novembre 1978 detenuto presso la casa circondariale di Caltanissetta; Gaetano Bacarella, nato a Gela il 28 settembre 1985, detenuto presso la casa circondariale di Trapani; e il minore F.F., classe 1988, libero.
Le indagini, avviate nel settembre 2005, si inseriscono nel più ampio programma investigativo di contrasto alle attività dei sodali mafiosi di Gela e delle loro tradizionali attività criminali, mettevano in luce gravissimi reati, tra i quali quello di strage, nonché la pericolosa ed attuale capacità criminale operativa del sodalizio mafioso degli “stiddari”, facente capo nel periodo 2004-2006 al pluripregiudicato Paolo Di Maggio.
Si aveva infatti modo di constatare come quest’ultimo, con l’ausilio del figlio Salvatore e di un gruppo di giovani leve apparentemente prive di spessore delinquenziale, realizzava sul territorio di Gela quell’imposizione violenta tipica dell’organizzazione criminale mafiosa denominata “Stidda”.
L’attività tecnica svolta nei confronti degli odierni indagati consentiva di ottenere un quadro generale degli attuali interessi criminali della cosca stiddara, mettendo in risalto come venissero diretti a Gela, tramite i giovani emergenti prima citati, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti del tipo cocaina ed hascish, le estorsioni e gli attentati incendiari in danno di esercenti commerciali gelesi, nonché alcune intimidazioni realizzate mediante l’esplosione di colpi di arma da fuoco.
La cosca della stidda monitorata nel corso della odierna indagine si dimostrava, oltre che gerarchicamente organizzata, in grado di avvalersi di un notevole potere d’intimidazione mafiosa per porre in essere le proprie attività criminali, tra cui estorsioni, violenze e minacce finalizzate alle estorsioni, incendi e traffici di sostanze stupefacenti.
Nel luglio 2005 Salvatore Di Maggio, insieme ad altro sodale non identificato, minacciava un noto imprenditore edile di Gela recapitandogli personalmente, a dimostrazione della spavalderia criminale di cui era dotato, un pacco contenente cartucce calibro 12.
Nel successivo novembre 2005, tre degli arrestati (Di Maggio Salvatore di Paolo, Liparoti Nicola, ed il minore F.F.) realizzavano il reato di strage in concorso. Con l’intento di uccidere, infatti, realizzavano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità.
Nello specifico, dopo essersi introdotti all’interno dell’appartamento del piano terra di uno stabile sito in Gela nel quartiere dell’ ex “Ospizio Marino”, forzandone la persiana della finestra, davano fuoco alle suppellettili stipati in una stanza in modo tale da porre in pericolo la vita degli occupanti della palazzina, ovvero di Angelo Tilaro, della coniuge Santa Sanzo e dei figli minori Nunzio e Massimo Tilaro, Maria Rosa Talaro e Rocco Tilaro, che alloggiavano al terzo piano, di Rosa Noto, che alloggiava al secondo piano, di Carmelo Paci, e della coniuge Saveria Di Notoche alloggiava al primo piano.
Il fumo, propagatosi per tutto lo stabile, invadeva i vari appartamenti allarmando gli inquilini che si davano a precipitosa fuga scendendo per le scale, ma che, giunti davanti il portone d’ingresso, riscontravano che lo stesso era bloccato. Solo un’energica spallata data da Angelo Tilaro, probabilmente spronato dalla disperazione, permetteva l’apertura del portone e la possibilità di guadagnarsi l’uscita e di salvarsi la vita.
Dall’esterno, si notava che il portone era stato bloccato da una chiave utensile in metallo incastrata tra le due maniglie, per cui se non vi fosse stato l’intervento del Tilaro, vi sarebbero state conseguenze ben più gravi e drammatiche. Solo il giorno successivo, alla luce del giorno, sul portone, veniva rinvenuta la scritta “Chi è qui è morto”, che esplicava il chiaro intento intimidatorio, ma soprattutto la volontà di attentare alla vita degli inquilini.
I tre realizzavano il delitto avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416 bis e al fine di agevolare le attività dell’associazione mafiosa denominata stidda e con l’ulteriore aggravante di essersi avvalsi nella commissione del delitto di un minore e di aver approfittato di circostanze di tempo, commettendo il fatto a tarda ora, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa.
E’ stato inoltre riscontrato che alcune estorsioni venivano realizzate dal gruppo criminale in questione ai danni di alcuni noti locali e pub siti al lungomare e a Caposoprano. Le vittime, successivamente convocate presso gli uffici della Squadra Mobile, per confermare di essere state sottoposto al pizzo, dinanzi alle risultanze investigative acquisite, ammettevano i pagamenti di denaro, confermando così in pieno il quadro probatorio, Solo il titolare di un pub sito al lungomare, al contrario, si mostrava invece assolutamente reticente e per tale motivo veniva deferito alla competente Autorità giudiziaria per il reato di favoreggiamento personale,
Ulteriori conferme alla attività d’indagine svolta veniva fornita dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, tra cui Benedetto Zuppardo, Marcello Orazio Sultano e Salvatore Cassarà. Tutti hanno concordato nell’individuare in Paolo Di Maggio, elemento di spicco della “stidda”, come il leader del gruppo mafioso stiddaro, al quale gli altri sodali si rapportavano sia per riferire delle attività illecite poste in essere sia per risolvere eventuali problematiche riguardanti i danneggiamenti da compiere ai danni di persone che non volevano sottostare alla violenza ed ai voleri della consorteria citata.
Zuppardo ha dichiarato inoltre che una delle estorsioni ai danni del titolare di un noto pub di Caposoprano l’avrebbe compiuta lui stesso, insieme con Bacarella Gaetano, qualche mese prima di iniziare la sua collaborazione con la giustizia. Altri 5 soggetti di Gela, a carico dei quali non è stata emessa ordinanza di custodia cautelare in carcere, ritenuti sodali della predetta organizzazione, risultano indagati nell’ambito del medesimo provvedimento.
Autore : Redazione Corriere
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