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notizia del 24/09/2007 messa in rete alle 10:40:45
Liberi di credere (e di non credere)
Ha fatto bene Marco Trainito a puntualizzare su un argomento che anche a me sta tanto a cuore. Sia nel suo aspetto teoretico sia per le implicanze politiche. Anche per gli aspetti morali. Che per molti non contano affatto essendo divenuta la morale appena un gadget di cui tranquillamente si può fare a meno. Mi chiedo, infatti, quale sia la valenza morale di chi con le cose della fede gioca quasi fosse un videogioco e scambia come un telefonino non più alla moda. Sicché capita di dover discutere con atei devoti più bigotti dei sanfedisti.
E’ la laicità della politica. Machiavelli ha insegnato che la religione è instrumentum regni. E che la politica non ammette intrusioni da parte né della morale né della religione. La politica si trasforma così in pratica cinica e autoreferenziale. I politici, a loro volta, in un casta chiusa e impenetrabile. Avendo trascurato che essa nasce come scienza (o arte) di governo. Non della casa, cioè della dimensione privata. Ché di questa si occupa, come all’origine diceva la parola, l’economia. Poi divenuta ‘economia politica’. Quando cioè si è occupata della res publica, dello Stato. Di cui dovrebbero, per vocazione, interessarsi i ‘reggitori’. In democrazia, rispettando le coscienze che, in quanto coscienze ‘private’, non dovrebbero subire le interferenze dello Stato. Quello che Marco Trainito chiama simpaticamente ‘omaggiamento’ dei politici ‘atei devoti’ nei confronti dei credenti e della chiesa in cui si riconoscono, non è un semplice atto di devozione nel suo essere ipocrita, né nei confronti del singolo credente-(elettore) né nei confronti della Chiesa-(collettore di voti). E’ pratica di violenza perché va a intromettersi nelle cose che attengono alla fede che ognuno o sceglie o eredita liberamente dalla comunità in cui vive.
Ben altra cosa è, invece, il riconoscimento di un istituto storico o dell’impegno di un cittadino singolo o associato ad altri. Sul piano storico, infatti, non mi pare che ci siano dubbi sul fatto che la Chiesa Cattolica e, evidentemente, anche altre svolgano una attività di promozione della solidarietà e di pratica di assistenza che non sempre e non tutte, per fortuna, vengono svolte dallo Stato. Mi riferisco, in particolare, al volontariato che, in Italia, ha una’ispirazione fondamentalmente religiosa. Lo stato non può non incoraggiare quest’azione che non può essere, tuttavia, legittimata in termini di supplenza. Andremmo incontro ad uno Stato come Istituzione Totale (un moderno Panopticon che su tutto sorveglia e punisce) e a uno svuotamento totale della comunità all’interno della quale si praticano la gratuità e il dono. Anzi, credo che occorra incoraggiare pure i singoli cittadini e quelli che si associano per pratiche di questo tipo. Marco Trainito dovrebbe non trascurare che perlopiù sono i credenti ad impegnarsi in questa direzione.
Ciò non esclude, anzi, che possa essere pure l’ateo a scegliere una via civilmente e moralmente nobile.
Ce lo ha ricordato Gustavo Zagrebelsky appena l’altro ieri. Chi ha detto che l’uomo senza Dio è un tracotante che in verità vuole espropriarlo del suo ruolo per siostituirlo? Dostoevskij ha creato giganti letterari sulla morte di Dio. Kirillov. Ivan Karamazov … “Quando dio muore, tutto è possibile”. Bisogna stare attenti, però a non banalizzare. Credo che per un credente sarebbe molto, molto riduttivo pensare a Dio come semplice fattore di coesione sociale, come cemento che mantiene, trat-tiene gli individui nella società, che senza di lui si scannerebbero. Anche perché sappiamo come, storicamente, la fede in Dio può pure diventare fattore di divisione e di guerra. Le guerre crociate furono combattute da chi sapeva di avere alleato dalla sua parte Dio. Così anche le missioni nel Continente nuovo dove vennero organizzati massacri di indigeni e di civiltà indigene.
Oggi, da questo punto di vista, assistiamo a un’inversione di procedimento rispetto a quello della teologia dei dottori della Chiesa. San Tommaso usava argomenti post quem per dimostrare l’esistenza di Dio. Per esempio: l’ordine delle cose del mondo non può essersi fatto da sé. Dovrà avere avuto come fattore-creatore un Dio principio di ordine, etc.. Ratzinger, Bagnasco, Ruini ed altri oggi sostengono l’opposto. C’è tanta precarietà nel mondo, la società è così fortemente sbandata, la condizione umana così fragile, la famiglia così debole, tutto così tanto sfilacciato che occorre l’intervento di Dio per rimettere ordine in questo guazzabuglio. Opinione rispettabilissima. Anche Heidegger in un’intervista ebbe a dire “ormai solo un Dio ci può salvare”. Non era un credente. Aveva preso atto dell’impossibilità per la ragione di dare una consistenza metafisica all’essere.
Ne potremmo parlare. “Ne va”, aggiungerebbe Sartre. Si, perché gli atei non possono non essere umili cercatori. Hanno demitizzato anche la demitizzazione. Cercano sempre però sapendo del valore del dialogo. Il fondamento della democrazia. Il dialogo con tutti, tranne che con i violenti “per la contraddizion che nol consente”.
Autore : Luciano Vullo
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