notizia del 14/05/2013 messa in rete alle 10:24:04

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Sviluppi su incendio Hi-tech Cafè
Sarebbe falso l’alibi che si era procurato Alessandro Di Fede (nel riquadro, a destra della foto), classe ‘91, ritenuto l’esecutore materiale dell’incendio doloso che nel maggio di due anni fa aveva mandato in fumo l’Hi-Tech Cafè di via Licata, distruzione che sarebbe avvenuta su commissione del proprietario dello stesso esercizio, Rocco Ascia (nel riquadro, a sinistra), classe 1975, per intascare i soldi dell’assicurazione. Entrambi vennero arrestati nel novembre dello stesso anno, in una operazione condotta dai Carabinieri, in collaborazione con la Guardia di Finanza.
In un comunicato dell’Ufficio della Procura di Gela diffuso questo giovedì, vengono forniti particolari che fanno emergere la falsità dell’alibi del Di Fede, che in una precedente udienza del febbraio scorso aveva cercato di dimostrare la sua estraneità sostenendo che la notte dell’incendio non si trovava a Gela, ma a Canicattì, in provincia di Agrigento, dove stava lavorando per conto di una ditta per la raccoltà dei rifiuti. Ed a comprova di quanto sostenuto, aveva anche mostrato quietanze ed altri documenti sottoscritti dal suo datore di lavoro.
I magistrati inquirenti, insospettiti dal fatto che il Di Fede non aveva mai prima del febbraio scorso fatto cenno a questi particolari così importanti, che se veritieri lo avrebbero potuto scagionare rispiarmiandogli il carcere, hanno avviato nuove indagini per verificare la credibilità di quanto sostenuto in udienza e soprattutto hanno fatto dei controlli per accertare se davvero quella notte Di Fede avesse appresso il suo cellulare a Canicattì. Cosa che è stata smentita dai tabulati telefonici, che hanno dimostrato invece che il suo telefonino quella notte non si era mai spostato da Gela.
Nella nota dell’Ufficio della Procura di Gela si legge inoltre che «sono stati effettuati anche accertamenti fiscali sulla ditta di Canicattì che lo avrebbe assunto ed è emerso che l’azienda in questione è sostanzialmente inattiva dal 2008. In ragione di ciò sono stati sentiti il titolare della ditta ed il coniuge e, dopo numerose contraddizioni, incongruenze e false dichiarazioni, il pubblico ministero ha iscritto tali persone nel registro degli indagati per il reato di favoreggiamento personale, poiché, sottoscrivendo il falso contratto di lavoro e false quietanze di pagamento delle retribuzioni avrebbero tenuto condotte tali da eludere le investigazioni dell’Autorità giudiziaria al fine di scagionare Di Fede dalle accuse a lui mosse».
Ma come è riuscito l’imputato a crearsi il contatto con la ditta di Canicattì che ha contribuito a crearsi il falso alibi? Ci sono stati altri personaggi che hanno fatto da tramite? E’ quanto cercheranno ora di scoprire gli investigatori, prima di chiudere l’indagine sull’ipotesi di favoreggiamento.
Autore : Redazione Corriere
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