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Corriere di Gela | La perla postuma di Giovanni Altamore
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notizia del 17/12/2004 messa in rete alle 09:34:39

La perla postuma di Giovanni Altamore

Dirò subito, a scanso di equivoci, che considero La cultura siciliana nell’epoca del nichilismo, il saggio-pamphlet postumo di Giovanni Altamore (ritrovato dai suoi familiari tra i files del suo pc e appena edito dalla casa editrice Terzo Millennio di Caltanissetta), un piccolo capolavoro, un autentico gioiello per sintesi concettuale, chiarezza espositiva e lucidità argomentativa: praticamente un miracolo del pensiero, se si tiene conto delle terribili condizioni di salute fisica in cui versava Giovanni negli ultimi mesi della sua vita, prematuramente interrottasi nell’agosto scorso. Mi stupii enormemente per la sua forza di volontà quando, la scorsa primavera, ci vedemmo in occasione di un ciclo di lezioni sulla globalizzazione e sull’Occidente che tenemmo insieme per un corso di aggiornamento riservato a dei docenti: nella mia prolusione io mi muovevo su una linea neo-liberale che dal Popper della Società aperta (1945) va al Dahrendorf di Quadrare il cerchio (1995) e di Dopo la democrazia (2001), mentre lui esponeva le conclusioni ‘apocalittiche’ di Hybris e Follia mutuate in gran parte dal suo marxismo deluso, da Heidegger e da Severino, nonché dal loro Nietzsche (notoriamente riletto in maniera tendenziosa e ad hoc). A mio parere, pur nella sua fatale incompiutezza, La cultura siciliana nell’epoca del nichilismo è il suo libro migliore, perché è quello in cui riesce a esprimere senza equivoci né inutili tergiversazioni la sua posizione filosofico-politica in merito al destino dell’Occidente e al compito cui è chiamata la Sicilia nell’età dell’‘impero’ globalizzato del neo-capitalismo euro-americano e asiatico.
Giovanni sapeva, perché ne parlammo de visu, che io non amo Hybris e Follia , un libro che trovo modesto non tanto per le concezioni filosofiche su cui si regge (che non condivido ma che rispetto), ma per l’ambizione immodesta del progetto: ripercorrere l’intera storia dell’Occidente, dalle guerre tra Greci e Persiani all’11 settembre, alla luce di categorie interpretative come la hybris , la follia e il nichilismo, è un’impresa titanica che può essere compiuta solo dopo anni e anni di dura ricerca speculativa e documentaria, e non nello spazio di un breve saggio di circa 200 pagine non di rado approssimativo e semplicistico nelle ricostruzioni storico-teoretiche e infarcito di citazioni bibliografiche talvolta incoerenti e forzate (una spia del frettoloso ‘montaggio’ del libro è costituita dagli innumerevoli refusi e dalle altrimenti inspiegabili incongruenze di certe scelte: ad esempio, perché il nome di Pascal diventa “Biagio”, mentre quello di Rousseau rimane “Jean-Jacques”? Cfr. p. 120 e p.161).
Con La cultura siciliana nell’epoca del nichilismo , invece, Giovanni restringe drasticamente il campo d’osservazione e, sebbene le idee di fondo siano naturalmente le stesse di Hybris e Follia , riesce a fare un discorso chiaro, organico e stilisticamente ‘perfetto’, ancorché parziale e filosoficamente preconcetto, sulla ‘sicilitudine’ o ‘sicilianità’ di sciasciana memoria (non a caso egli cita spesso il saggio “Sicilia e sicilitudine”, che apre La corda pazza, 1970), ricollegandola proficuamente al concetto di “pensiero meridiano” che Franco Cassano, nel citatissimo saggio omonimo del 2003, riprende, decontestualizzandolo, da Albert Camus.
Il fatto stesso di poter riassumere facilmente il ‘pensiero’ di Giovanni contenuto in La cultura siciliana nell’epoca del nichilismo è segno inequivocabile della sua limpidezza ed essenzialità, che è quanto di meglio si possa esigere da un filosofo. Chi invece esigesse da lui tesi vere dimostrerebbe solo di essere preda di una inqualificabile ingenuità epistemologica, ignara della irrimediabile fallibilità del pensiero umano. Essendo intessuti di teorie false (nel campo delle scenze umane e di quelle naturali, s’intende: il resto è fede irrazionale nei dogmi, o sentimentalismo), il massimo che possiamo fare è di avanzarne di audaci e dal grande potere esplicativo, e di esporle con chiarezza, se non altro per permettere ai nostri interlocutori (e auspicabilmente a noi stessi, se non si trattasse di chiedere troppo al nostro amor proprio) di comprenderle e discuterle criticamente. Ed è esattamente in ciò che Giovanni, nel suo ultimo scritto, ha dato il meglio di sé. Il suo pensiero ‘forte’ sull’Occidente moderno e post-moderno, nonché sul ruolo storico cui sarebbero chiamati la Sicilia, il suo popolo e la sua cultura, è esibito con tale perspicuità che i riferimenti testuali alla grande letteratura siciliana post-unitaria – da Verga a Pirandello, da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, da Brancati a Sciascia, da Consolo a Bufalino, fino a Camilleri, Silvana Grasso, Silvana la Spina e Simonetta Agnello Hornby – sembrano fatti apposta per entrare naturaliter nel suo disegno teorico e confermarlo (e va da sé che chi è epistemologicamente smaliziato sa benissimo che non c’è niente di più facile che trovare un numero di conferme grande a piacere a qualsiasi teoria, senza che ciò influisca minimamente sul suo grado di verosimiglianza, come dimostra l’astrologia).
Il volumetto si compone di due parti: una introduttiva (“Perché”, pp. 9-25), in cui l’autore chiarisce il significato dei termini-chiave, come “nichilismo” e “modernità”, e una che costituisce il vero e proprio testo (“La cultura siciliana e la modernità”, pp. 27-73), dominato da una carrellata di citazioni tratte dalle opere degli autori summenzionati (I viceré, I vecchi e i giovani, Paolo il caldo, Il Gattopardo, ecc.) e atte a illustrare l’idea che l’intellettualità siciliana ha sempre colto nella modernizzazione forzata dell’isola a partire dall’Unità un fattore di straniamento e di tradimento delle autentiche radici antropologico-culturali della società siciliana, nel cui recupero non più solo nostalgico ma politicamente propositivo e propulsivo consiste il compito del “pensiero meridiano” (a smentire così la ben nota idea gentiliana, già discussa criticamente da Sciascia nello scritto citato del 1969, di un “tramonto” della cultura autenticamente siciliana nel periodo post-unitario). Il termine “nichilismo”, precisa Altamore, “è usato nel senso della nientificazione, della perdita di senso, di significato del concetto di modernità e dei caratteri che questa ha assunto nella storia dell’Europa e dell’Occidente” (p. 9); mentre per “modernità” è da intendersi quell’insieme di conquiste civili, politiche, giuridiche, economiche, scientifiche, tecnologiche ed etiche che hanno contraddistinto quel processo di liberazione dell’umanità dalle pastoie mortificanti ed immobilizzanti del medioevo (cfr. pp. 9-10). Ora, argomenta Altamore, se così stanno le cose, se la modernità è sfociata in un post-moderno nichilista, violentemente neo-barbarico nella sua “logica fondamentalista della globalizzazione” (p. 51) che tutto appiattisce, omologa e banalizza (cfr. p. 13) con uno sforzo imperialista che non si ferma neppure davanti alla prospettiva di scatenare guerre contro chi non si piega e rivendica la propria diversità; allora la Sicilia, la cui modernizzazione “dall’alto” è nata dal furore ideologico di un cieco meridionalismo assistenzialista (che ha fatto proprio acriticamente il punto di vista ‘nordico’ sull’arretratezza della Sicilia), è chiamata a rifiutare in blocco la deriva nichilistica della modernità e a recuperare quella secolare insularità “meridiana”, dialogante, accogliente e comunitaria che l’industrializzazione forzata ha cercato in tutti i modi di rimuovere, senza però riuscirci del tutto, come appunto dimostrerebbero le “nostalgie” di certi eroi della letteratura siciliana del Novecento. “Io non credo”, aggiunge Altamore, esibendo uno storicismo tradizionalista sopravvissuto sotto nuove spoglie alla fede perduta per quello di stampo strettamente marxista, “che tale richiesta possa venire elusa poiché non è un elemento facoltativo, che si può anche rifiutare di affrontare; essa si presenta oggi con i caratteri della necessità perché i processi di globalizzazione che stanno investendo tutte le attività del pianeta e tutti i popoli della terra creano contrapposizioni tra popoli, etnie e religioni per via della ricerca ossessiva di un’identità da difendere e da far valere di fronte all’universalismo pervasivo dell’occidentalizzazione dei costumi, delle lingue, del mercato, che viene vissuto sempre di più e sempre per più popoli come una umiliazione della propria identità, anche perché proveniente da Paesi che nel passato li hanno sfruttati e ne hanno rapinato le ricchezze” (p. 64). Da qui quelle veementi esclamazioni che suonano quasi come parole d’ordine epocali: “Si tratta di cambiare metodo! Di spostare l’asse dell’attenzione dal Nord al Sud! Di partire dal Sud per programmare il suo sviluppo! Di recuperare allo sviluppo del Sud le caratteristiche storiche del suo popolo, la sua collocazione geografica e quindi la sua insularità” (p. 53).
Dispiace, al termine della lettura del bellissimo scritto di Altamore, non trovare, in mezzo ad alcuni dei giganti della letteratura siciliana post-unitaria, alcun accenno a Stefano D’Arrigo, perché Horcynus Orca , vera summa della sicilianità perduta, gli avrebbe senz’altro fornito altro e ben più consistente materiale testuale con cui confermare (e fors’anche mettere in discussione) le sue tesi. Eppure, nel maggio scorso, raccomandavo a Giovanni di prenderlo in considerazione in queste sue estreme riflessioni, ma lui mi confessò di non aver mai voluto avvicinare quest’opera elefantiaca, collocandosi così nella schiera di coloro che, come Sciascia e Bufalino (ma quest’ultimo se ne pentirà, seppure tardivamente, come dimostra il suo “Codicillo a D’Arrigo” incluso in Cere perse , 1985), si sono ostinati a ignorare la presenza perturbante dello scontroso e orcinuso messinese. In Horcynus Orca , infatti, il tema della “nostalgia” (nel senso etimologico di “sofferenza [àlgos] provocata dal desiderio inappagato di ritornare [nostos]”, per dirla con le parole del Kundera de L’ignoranza , § 2) per la perduta Itaca è tra quelli dominanti nel mare magnum del romanzo, solo che essa non è sorretta da alcuna fede di riscatto attraverso il recupero del “pensiero meridiano”, perché il pensiero e la lingua di D’Arrigo e di ’Ndrja si abbandonano a una discesa senza ritorno agli inferi, alla morte e alla oscurità senza rimedio, in cui solo la visionarietà e il sogno possono fornire un terreno possibile alla difficile ricreazione della memoria.
Concludo, allora, riportando un passo del monologo di ’Ndrja sullo sperone, che esprime tutta la tragedia del “finimondorioles”, ovvero della mutazione antropologica di fronte al nuovo ordine del “dollaro” portato in Sicilia dagli angloamericani nel 1943 e incarnato dallo “scagnozzo” del Maltese con cui Luigi Orioles si abbassa a trattare, e che, inserito come codicillo in coda al prezioso libello di Giovanni, può fungere da completamento e insieme da viatico verso altre e più inquietanti considerazioni sulla recuperabilità della forma di vita meridiana: “E se non era la fine del mondo, era comunque quel finimondo di guerra, ed era per ’Ndrja come se del finimondo che la guerra aveva fatto dell’uomo, lui si rendesse conto solo ora, solo qua, ora, a Cariddi, su questa scarda di mondo che era tutto il mondo per lui, il solo mondo che conosceva prima del finimondo ed anche il solo perciò, che poteva riconoscere dopo, riconoscerlo dov’era ancora riconoscibile e dov’era ormai irriconoscibile: ed era come se ne rendesse conto da un uomo che si chiamava Luigi Orioles ed era l’uomo che più ammirava sulla faccia della terra, l’uomo che ai suoi occhi, dal mondicello di Cariddi, aveva sempre impersonato le cose più riconoscibili del grande mondo, e ora invece, ne impersonava le cose più irriconoscibili, come se non fosse più la stessa persona di prima, ma un’altra, alterata, che era la negazione di quella. (…) voleva dire che don Luigi, alterandosi, si era alterato anche in quel tipo, in quella scellerata specie d’uomo, in quella feccia, si era fatto anche scagnozzo un poco, anche nettorecchi e anche ciarlatano, anche ruffiano e anche sciacquapalle” (ediz. Rizzoli 2003, p. 877 e p. 879).


Autore : Marco Trainito

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