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Corriere di Gela | Il karakiri del calcio gelese
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notizia del 18/07/2011 messa in rete alle 08:58:33

Il karakiri del calcio gelese

Non c'è bisogno di ricorrere ad un'autopsia per stabilire giorno ed ora del decesso: è la pura cronaca, o se volete, il freddo decorso storico a dircelo. Alle ore 19,00 di martedì 12 luglio 2011, il calcio professionistico gelese scompare. Si spegne a 17 anni, praticamente alle soglie della “maturità”: un caso? Solo una mera coincidenza, per quanto significativa? A pochi giorni di distanza, l'analisi post-mortem sembra peraltro non essere ancora in grado di svelarci l'amaro responso: esclusa artatamente l'eutanasia (morte felice), siamo di fronte ad un inconsapevole suicidio collettivo? Ovvero ad una città semplicemente impotente, rassegnata nel tempo, che si lascia morire anche nello sport, letteralmente fiaccata da un'immanente agonia? Anche se alla fine, poi, riflettendoci bene, saperlo soddisferebbe solo una futile curiosità: giacché nella sostanza, tra l'una e l'altra ipotesi, di concreto cosa cambia? Poco, pochissimo, per non dire nulla. E' il suicidio sportivo di una città che vorrebbe diventare provincia, nel mutismo di chi è stato delegato ai diversi livelli, anche i più alti. Rappresentanti concittadini e non più “nisseni” come accadeva una volta. Questo è il suicidio sportivo di un luogo dove la disoccupazione non si arresta, l'economia non riparte, i servizi languono, la vita culturale è sempre più appiattita. Diventa normale perdere anche lo sport professionistico, per tornare a fare quello in cui si è “eccellenti” maestri di “promozione”: i dilettanti.

Qualora questa città dovesse tornare ad affacciarsi in uno scenario professionistico, occhio a non commettere gli stessi errori. Una società professionistica è tale non solo nei risultati o nel sano bilancio, ma anche e soprattutto in un efficiente organizzazione, perché è quella che alla fine sopravvive o svanisce nel reticolo ambientale circostante, in cui e con cui è chiamata a relazionarsi. Ciò presuppone il dotarsi di strutture comunicative e di marketing adeguate. Senza nulla togliere al valente Flavio Centamore, a cui ricambiamo con estremo affetto i doverosi ringraziamenti e saluti. Valga per tutti, l'ultimo esempio in ordine cronologico: la notizia della scomparsa del Gela Calcio dal “panorama nazionale” non può essere demandata al'annuncio del Consiglio Federale di lunedì 18 luglio. Né può bastare una conferenza stampa del giorno prima la scadenza ufficiale del ricorso da presentare alla CoViSoc con la presenza della sola stampa locale. Nel momento in cui scriviamo non c'è ancora un comunicato ufficiale della società. Che il Gela Calcio non abbia presentato ricorso entro le 19,00 del 12 luglio 2011 lo si dica pure ufficialmente, anche a funerale fatto, non foss'altro per evitare di alimentare leggende metropolitane che già circolano. Benché da queste parti siamo anche abituati ad aggiungere puntualmente la beffa al danno. Indietro non si torna? E' il suicidio sportivo di una pseudo classe dirigente di cui la città del golfo, nei fatti, non sa che farsene. Una classe dirigente che si ritiene tale e quindi di potersi vantare di “contare”, solo perché “conta” nei rispettivi portafogli le tessere dei club più “prestigiosi” ed “esclusivi” presenti in loco. Un classe dirigente con una cultura politica e d'impresa povera, di bassi contenuti, a causa di un ricambio generazionale rimasto un dato prettamente anagrafico senza coincidere con un cambio di mentalità. Come non riferirsi agli ordini professionali, specie quelli nelle cui fila c'è gente laureata che ha studiato e vissuto anni fuori Gela, in realtà anche metropolitane, per poi ritornare nella città natia intenta a svolgere una libera professione solo in un'ottica privatistico-individuale, senza tener minimamente conto della componente etica del ruolo chiamato ad esercitare nella società. Come pretendere, di conseguenza, una tale consapevolezza nel disoccupato inventatosi imprenditore, commerciante, artigiano, diventato magari un personaggio pubblico per il gran successo personale ottenuto, ma con un grado d'istruzione e culturale rimasto, inevitabilmente, quello dell'obbligo. Da tempo asseriamo che non c'è una visione etica nella cultura politica e d'impresa cittadina. Non basta essere bravi ad ottenere voti e profitti, quando non c'è una visione d'insieme, sistemica. Lo abbiamo tristemente appurato in questi ultimi giorni, con imprenditori usciti allo scoperto solo per esprimere la propria antipatia verso il “patron” biancazzurro, nell'elargire un modico contributo alla causa o nel negarlo senza alcuna remora.

Com'è possibile poi, non notare l'assenza nella vicenda di quelle imprese che nell'indotto hanno contratti altisonanti e che magari nel petrolchimico ci sono da decenni senza mai aver contribuito a favore del territorio in cui operano e lucrano. Soprattutto, com'è possibile che enti a cui la provincia ed il comune hanno affidato la gestione di servizi pubblici essenziali (acqua, immondizia, differenziata, strisce blu, ecc.) abbiano fatto per lo più da spettatori. Qualcuno ha provato a bussare alle loro porte? O non era più possibile farlo per essere già passati in precedenza per altri scopi? Questo è il suicidio sportivo di una classe politica che più alto è il rango rappresentativo, più piccola è la sua reale statura. Capace di mobilitare risorse umane e finanziarie solo quando si tratta di allestire personali campagne elettorali e di disturbare l'interlocutore privilegiato per sistemare l'amico di turno. Politicanti miopi, ridicoli, inetti, bravi solo a collezionare nella dimensione pubblica fallimenti su fallimenti, nascondendosi dietro le sciocche “prese d'atto” di un sempre più banale gergo “politichese”.

Ma è anche il suicidio di un presidente, tanto passionale quanto risoluto, fino alla fine. E' quell'Angelo Tuccio che, non fidandosi dei libri contabili, rifiutò di appianare i debiti 5 anni fa, pur potendo partire dalla Terza Serie Professionistica, preferendo invece una società consegnatagli gratuitamente e senza debiti, attraverso il Lodo Petrucci, nell'ex Serie C2. Una categoria, l'ex Serie C1, diventata Prima Divisione Lega Pro, conquistata a tavolino e legittimata sul campo la stagione appena conclusa. In questo quinquiennio, in un mondo a lui sconosciuto, il vulcanico ingegnere ha fatto tanta esperienza, tanto ha messo, rimesso, tanto ha cullato una creatura fino a trascinarla con sé, nell'oblio. Non a caso si parla già di ripartire dal campionato di “Promozione” con l'Atletico Gela, magari sollecitandolo a fare domanda di ripescaggio nel campionato di “Eccellenza”. Angelo Tuccio sarà dunque ricordato per essere stato l'ultimo presidente del calcio professionistico gelese e che ha accompagnato fino all'ultimo respiro. Almeno fino a (chissà) quando il calcio gelese ritornerà un giorno tra i professionisti. Un destino quasi scritto, un esito quasi scontato, ai limiti di un “ricatto indotto” da cui non ha saputo – volente o nolente – sottrarsi.

A spedire nella tomba il Gela Calcio non è stato il buco (irrisorio a questi livelli) dell'Iva, Irap ed altre imposte. I fratelli Tuccio hanno raccontato la loro verità, definitivamente, nella conferenza stampa di inizio giugno. La tanica era vuota, non c'era più benzina e da soli non potevano tirare più avanti. A quel punto, dovevano salutare. A quel punto spettava ad altri continuare, così come 5 anni fa, o eventualmente e per contro, toccava al primo cittadino scrivere la parola fine. Invece si è dato di nuovo vita all'ennesimo ping-pong con il comune e la classe politica, al solito colpo di scena dell'ultimo minuto, con l'iscrizione “sub iudice” il 30 giugno, fino al suicidio di martedì, con tanto di fideiussione di 600mila euro rimasta dentro quella busta gialla esibita durante la conferenza stampa di commiato del giorno prima. Solo col passare degli anni capiremo se e quanto questa gestione verrà rimpianta o meno.

Nel frattempo e non ultima, si è suicidata anche un'interia “tifoseria” che ridurre alla fetta degli “ultras” sarebbe troppo facile e fin troppo comodo. La Gela sportiva ha dimostrato di non meritare determinati palcoscenici. Punto. Siamo una città di “eccellenti dilettanti” capaci di grandi exploit in termini di “promozioni” nell'era del Palestrone Itis e di un campo che abbiamo reiterato a chiamare Stadio, fino a conquistare livelli di professionismo. Ma poi quando al “Presti” finalmente qualcosa si muove con l'apertura del cantiere per la messa in opera del manto in erba naturale di ultima generazione e quando nascono dal nulla non uno, bensì due palazzetti dello sport, quando cioè quelle benedette strutture, così tanto agognate nei decenni, cominciano ad essere fruibili da un punto vista professionale, le società di calcio e volley vengono poste in liquidazione. Uno spot negativo massacrante. Un messaggio non virtuale come le chat dei social networks che si sono affiancate e sostituite alle chiacchiere da bar. Un messaggio reale come le cifre degli spettatori: propri, per l'appunto, di una categoria dilettantesca.

Gela è una città di dilettanti, belli e buoni. Questa è la dimensione del politico, dell'imprenditore, del libero professionista, dello sportivo gelese. In altre realtà, gli amanti del calcio e del volley avrebbero sostenuto in numero di gran lunga maggiore due squadre che avrebbero portato quelle stesse realtà a guadagnarsi l'appellativo di capitale dello sport isolano. A Gela, invece, si è passati al fallimento più totale, come al breve volgere di una pagina all'altra in un libro già letto. Altro che strenue difesa. Nel calcio, in particolare, tra i tifosi e la proprietà non c'è stato mai vero feeling se non in una fase iniziale. Un rapporto conflittuale latente nel primo biennio ed esploso nell'ultimo triennio. La stampa locale, votata a fare da filtro, è stata messa spesso in difficoltà da questa vortice dialettico. Errori ne sono stati fatti. In buona fede? Cosa importa, alla fine. Va recitato, in ogni caso, un “mea culpa” per un vena paternalistica, un “remare per il bene comune”, suscettibile di essere confuso con una certa accondiscendenza e col rischio, quindi, di essere fraintesi. A volte, ci siamo cascati: chi più, chi meno, chi spesso, chi raramente. Tutti, ad esempio, abbiamo scelto di salutare con esagerato favore l'entusiasmo di un centinaio di anime, la scorsa estate in festa alla notizia del ripescaggio, sperando in un risveglio generale nei giorni a seguire, per poi fare finta di sorprenderci alla notizia dei 187 abbonati. Stesso discorso per il corteo (funebre) dello scorso venerdì: alla fine sotto il municipio a “selezionarsi” per far visita in delegazione al sindaco, c'erano le poche, solite, facce note. In questi anni, la città sportiva non ha mai risposto come si conviene ai toni entusiastici, ai gran titoloni. Una città disillusa, anche nello sport. Una città che non crede più a nulla, abituata com'è invece a vivere nell'emergenza. Ci si scuote solo in presenza di un'urgenza: vedi i 200 abbonati nei pochi giorni di luglio e non a giugno, quando cioè il malato era già in fase terminale.


Autore : Filippo Guzzardi

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