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Corriere di Gela | <i>La mano occulta </i>di Carmelo di Pietro: Potere, sangue e ingenuità
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notizia del 17/08/2004 messa in rete alle 23:01:14
La mano occulta di Carmelo di Pietro: Potere, sangue e ingenuità

La mano occulta di Carmelo di Pietro (Terzo Millennio Editore, 2004) è un notevole tentativo storico-narrativo, perché riesuma alcuni avvenimenti emblematici accaduti a Gela (allora Terranova) nel decennio che va, grosso modo, dallo scoppio della Rivoluzione Francese all’instaurazione della Repubblica Partenopea (1789-1799). Tali avvenimenti, che riflettono l’eterna storia dei privilegi e dei soprusi dei poteri forti a danno del popolo e di chi cerca di farsene portavoce, rappresentano anche un exemplum del modo in cui, fuori dalla Francia, l’Illuminismo e il giacobinismo andavano diffondendosi, seppur faticosamente, anche nella più lontana periferia culturale e geografica dell’Europa moderna, qual era la Sicilia, soprattutto quella rurale, alla fine del secolo XVIII.
Non intendendo rispettare l’ingiunzione del Tribunale del Real Patrimonio di Palermo di restituire al demanio regio il feudo di Terranova (e di Avola) dietro il già stabilito compenso di 3.300 onze, il duca Ettore Pignatelli Aragona Cortez, che risiede a Palermo e conduce un’esistenza oscillante tra l’oblomovismo e lo spagnolismo, si serve della “mano occulta” del terranovese notaio Gino Lipardi per far pressione sui membri più illuminati e progressisti del Consiglio Civico di Terranova, affinché questi non deliberino la raccolta della somma da dare al duca, ponendo così fine al “misto e mero imperio” feudale a suo tempo comprato da Carlo D’Aragona. Nel 1788, però, la somma è depositata e così al duca e al notaio, opportunamente nominato Capitano del Popolo, non resta che ricorrere alle maniere forti, cioè alla creazione di cavilli per ritardare l’attuazione dell’ordine di restituzione del feudo e soprattutto all’instaurazione in città di un clima di intimidazione e di terrore. Di fronte al malumore di certi notabili locali, tra cui qualche borghese professionista, nonché al diffondersi delle idee giacobine tra alcuni giovani “professori”, il viscido notaio non esita a fomentare la strage di sei “avversari” riformisti servendosi di un losco Marsigliese e di tre balordi, i quali danno vita al sanguinoso “ribello” durante il Carnevale del 1799. La vicenda si chiude con l’impiccagione e la decapitazione dei tre giovani esecutori materiali della strage, col duca, il notaio e il prete che, insieme al popolo bue, assistono compiaciuti al trionfo della loro giustizia.

A margine di questi avvenimenti troviamo un “viandante” russoiano, un vagabondo disincantato che professa una filosofia “spicciola” anarcoide basata su elementari principi libertari e naturistici, e che assiste dal di fuori agli avvenimenti per commentarli alla luce del suo moralismo un po’ sempliciotto (che in parte coincide con quello del narratore, il quale da parte sua interviene spesso per rendere il lettore partecipe della sua stessa indignazione di fronte alla miseria, all’ipocrisia e alla sfacciataggine dei potenti reazionari. Cfr. ad es.: “Eppure da notaio, da appartenente al gruppo dei ‘professori’, ai quali la storia aveva assegnato il compito di guidare la trasformazione, più che ridacchiare, avrebbe dovuto guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia, prendere una corda ed impiccarsi, se avesse avuto un minimo di coscienza di quale misfatto poteva egli consumare contro una società ormai proiettata a cose nuove”, pp. 61-62).
A fine lettura, assaporata l’aspra cenere del deserto di valori che allora come oggi ricopre la nostra terra e che l’autore ci mostra con passione civile e lucida disperazione, si ha però la sensazione di aver letto una grande opera mancata.
Sapendo di non essere lo Sciascia de La strega e il capitano e di non poter quindi raccontare nel breve spazio di un pamphlet tagliente ed erudito la buona storia che ha tra le mani, e sapendo anche che non può più, come il De Roberto dei Viceré, ricostruire una intera epoca affidandosi all’ampio respiro del vecchio romanzo storico-sociologico, di Pietro si affida volutamente a una narrazione in tono minore, quasi da lettura per ragazzi (come testimoniano le schede di verifica al termine di ogni capitolo, curate da Fabiola Cammarata e da Rocco Lo Bartolo, e le illustrazioni infantili di Gaia Sindoni), esibendo così una timida modestia narrativa che forse non rende giustizia alla notevole fabula del romanzo. Il carattere esemplarmente ‘sciasciano’ e ‘verista’ della vicenda meritava forse una prosa più curata (c’è qualche zeppa narrativa di troppo), più incisiva e meno incline al commento moralistico da parte del narratore: la meschinità dei potenti e il candore del “viandante”, ad esempio, avrebbero dovuto essere esibiti soprattutto dalle loro parole (se solo i dialoghi fossero stati più curati), e non da quelle del narratore, il quale lascia loro poco spazio e sottrae così al lettore il piacere di ricostruire l’anima dei personaggi a partire da quello che loro stessi dicono.
Non c’è dubbio, tuttavia, che un’opera come La mano occulta ha il grande merito di aprire alla narrativa gelese la strada del romanzo storico, e in quanto tale costituisce un primo, importante tentativo di recupero narrativo della memoria della nostra città nell’età moderna pre-unitaria.


Autore : Marco Trainito

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