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Corriere di Gela | La pesca oltre i divieti
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notizia del 21/03/2010 messa in rete alle 22:47:51
La pesca oltre i divieti

Le ciminiere dello stabilimento petrolchimico, durante una giornata di metà marzo, praticamente primaverile, ribadiscono ulteriormente la loro maestosità, testimoni di un passato industriale, oggi, poco percepibile: i lavoratori delle aziende Tucam e Remediation, in picchetto innanzi ai cancelli della fabbrica, sembrano proprio voler sintetizzare un drammatico declino occupazionale, veramente difficile da arrestare.v Ma la strada che unisce l'area industriale alla città, e più nello specifico all'incessante lungomare “Federico II”, in uno stanco lunedì mattina, non viene attraversata esclusivamente da operai e quadri, pronti ad affrontare una nuova giornata di lavoro: a questi, infatti, si aggiunge un manipolo di pescatori.

Pescatori...? In un tratto decisamente poco adatto a canna e lenza?

Evidentemente un qualche fattore decisamente fuori controllo deve esserci.

Diversi operai del petrolchimico, costanti frequentatori, per ovvie ragioni, del tratto stradale che lambisce la lunga spiaggia e la scogliera, non impiegano molto ad ammettere che, in realtà, la presenza dei pescatori, capaci di scavalcare il parapetto per gettare le lenze all'interno delle limitrofe acque, è quasi abituale.

Le parole pronunciate dai miei interlocutori sono state confermate da diverse visite personali: gli appuntamenti di questi avventurieri della pesca sono praticamente quotidiani, compatibilmente con le condizioni meteorologiche; le vetture che li trasportano, insieme, ovviamente, all'occorrente per attrarre e catturare le prede, accostano proprio al limitare del parapetto destinato a separare la carreggiata stradale dalla scogliera, i conducenti, così, si trasformano in un breve lasso di tempo in acrobati del mare, avventurandosi verso uno specchio d'acqua abbandonato alla totale incuria: rifiuti di ogni tipo, alti canneti spontanei che occultano la vista esterna.

Un panorama dominato da enormi navi cisterne in procinto di scaricare le materie prime trasportate presso il pontile sbarcatoio della multinazionale della raffinazione.

La pesca, a quanto pare, non può né attendere né essere dirottata verso “lidi” perlomeno meno compromessi dall'incubo del degrado, che tutto aggredisce e muta.

Questa pratica, a tutti nota, ma, allo stesso tempo, decisamente ardua da debellare, non si fonda, però, su semplici fattori di spicciolo folklore, tutt'altro.

Gli uomini che così di frequente si aggirano intorno ad un'area totalmente colonizzata dalle esigenze e dagli abusi della locale industrializzazione, infatti, conoscono bene, anche se lo violano costantemente, il divieto vigente.

Un evidente cartello, innestato lungo il marciapiede che delimita il tratto stradale, stabilisce il “divieto permanente di balneazione per inquinamento fino a 570 metri ovest dalla foce del fiume Gela”; ed allo scopo di evitare qualsiasi attività umana che potesse in ogni modo determinare il contatto con uno specchio d'acqua, evidentemente non più praticabile, l'allora dirigente del settore comunale, “Ecologia ed Igiene Ambientale”, Roberto Sciascia, emise un'ordinanza, risalente al 28 Aprile 2009, la numero 247, tutta improntata alla delimitazione di zone a rischio: da sottrarre, dunque, alla fruibilità quotidiana.

“Una simile interdizione, considerando l’assoluta atipicità del perimetro interessato, viene confermata anno dopo anno”, nessuno può pretendere di nascondersi dietro un vago “non sapevo”, almeno stando alle parole di Pietro Lorefice, responsabile della locale sezione di Legambiente. “Conosciamo molto bene il fenomeno; addirittura abbiamo effettuato alcune segnalazioni alla Guardia Costiera, competente in materia, ma niente risultati”.

La mossa dissuasiva, dunque, non ha prodotto gli esiti sperati: pur in presenza di certificati rischi per la salute, generati dall'eccessiva vicinanza dello specchio marino al gigante dell'Eni, inesauribile serbatoio di sostanze e liquami per anni riversati nelle acque antistanti, la pesca praticata al di fuori di ogni regola, anche di semplice buon senso, prosegue inarrestabile: tanto da assurgere a componente del circostante panorama.

Il divieto generato dall'ordinanza del 28 aprile del 2009, come ovvio, pur riferendosi alla sola balneazione nelle acque “a rischio” non può che incidere sulla stessa intenzione di occupare lo spazio allo scopo di catturare fauna marina.

Un dubbio, allo stato attuale, non può che sorge spontaneo: il prodotto di questa pratica, a dir poco contraria alle imposizioni istituzionali, giungerà al consumatore finale, magari attraverso una filiera dalle maglie assai larghe, oppure si limiterà a circolare entro i meandri di una sorta di circuito di autoproduzione e conseguente autoconsumo?

Qualora, infatti, un pescato di tal fatta giungesse al consumatore finale, le conseguenze potrebbero rivelarsi tutt'altro che positive.

In un periodo di generale crisi economica, scrupoli e remore morali tendono ad assottigliarsi all'inverosimile.

Di certo il costante flusso di visitatori di uno scorcio marino tutt'altro che mozzafiato non può che far sorgere parecchi dubbi inerenti, in primo luogo, l'eventuale affare indotto da una produzione a costi ridotti, se non nulli, a fronte di eventuali guadagni derivanti dallo smercio di questa “dubbia” materia prima ai rivenditori al dettaglio della città.

Lo stesso Lorefice non sembra volersi sbilanciare, soprattutto in assenza di dati e verità inconfutabili.

L’imminente avvento della “bella stagione”, intanto, amplierà ulteriormente il numero di visite al tratto interdetto.


Autore : Rosario Cauchi

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