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Corriere di Gela | Una città senza regole
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notizia del 23/07/2012 messa in rete alle 22:02:47
Una città senza regole

Gela si crogiola nel caos referenziale, un guazzabuglio anarchico-amministrativo indotto, che mantiene nella precarietà e nel bisogno il cittadino-utente ed alimenta, al contempo, una discrezionalità politico-burocratica di comodo, dalla valenza squisitamente clientelare, che ha seguitato negli anni a dettare legge, reiterandola ordinariamente a tutt'oggi, a fronte invece di un deficit manifesto in quanto a vere e specifiche norme regolamentari. Una città cresciuta demograficamente a dismisura con l'insediamento del petrolchimico, senza che a ciò sia corrisposto un vero e proprio sviluppo socio-economico del territorio. Non è certo colpa dello stabilimento e del suo impatto eco-ambientale devastante, ma dell'assenza di una financo elementare capacità di programmazione e progettualità palesata dalla classe dirigente che ha governato durante mezzo secolo. Una responsabilità, con tutta evidenza, a cui non si è sottratto (almeno finora) neanche l'attuale “corpus” politico locale, giunto al 2° anno di mandato elettorale.

La “battaglia” inaugurata contro l'abusivismo, ad esempio, senza un Piano regolatore generale vigente si è tradotta per lo più in frustate episodiche e saltuarie, con risultati effimeri nel breve-medio periodo. Per contro, si persevera con le continue varianti urbanistiche, quando ancor oggi paghiamo le conseguenze di quelle passate, con una sfrontata tendenza alla speculazione economico-residenziale, resa tale anche dall'assenza di adeguati controlli successivi.

Per rendersene agevolmente conto, basta guardare a destra e a manca lungo la Statale per Catania fino a Ponte Olivo, o alla stessa Via Butera in direzione del kartodromo, per non parlare dello storico caso di Settefarine. Invero, la mancata entrata in vigore del Prg, dopo tutti questi anni, sarà per qualcuno la madre di tutti i mali, per altri un riflesso di un abusivismo che è un qualcosa di connaturato nel Dna cittadino, ma non è certo l'unica lacuna regolamentare.

In questo biennio sono rimaste irrisolte le più disparate questioni: dai gazebo prospicienti gli esercizi commerciali dislocati nei vari punti della città, alla clamorosa trasformazione d'uso di un'edicola autorizzata ad hoc lungo il marciapiede del lungomare, in vendita al dettaglio di cianfrusaglie varie, nonché al cartellone pubblicitario che, nel sostituirsi ad un chiosco (non ancora aperto), tiene ancora in ostaggio la mezza luna di rotatoria, in origine destinata a consentire l'inversione di marcia poco prima la “bretella” Borsellino, peraltro attualmente chiusa al traffico per lavori in corso iniziati proprio all'approssimarsi della stagione estiva. Giusto per fare solo alcuni esempi. Tutto questo perché, semplicemente, non esiste un Piano urbano commerciale (Puc) che in linea con le norme di indirizzo nazionali e regionali, permette la previsione e, quindi, l'istituzione di diverse macro-aree atte ad esprimere la visione unitaria, nonché omogenea, del territorio urbano sotto il profilo commerciale.

Il continuare a privare la città di un Piano di mobilità urbana è, altresì, un ulteriore grave atto di colpevolezza. Non è solo un accessorio volontario al Piano urbano del traffico (Put), ma uno strumento cardine che, in termini strategici, lega la viabilità (pedonale, ciclabile, veicolare) a fattori quali l'impatto ambientale ed atmosferico (inquinamento e rumore), il sistema del traffico, il trasporto eco-sostenibile, quindi, l'utilizzo di quelle energie alternative di cui si sta facendo un gran parlare in città, quasi fino a saturare il relativo dibattito inutilmente, giacché si procede nel frattempo a mantenerne la condizione di sterilità in ordine ai contenuti programmatici e pianificatori (una novità potrebbe essere “il patto dei sindaci”, staremo a vedere). Va da sé che senza refluenze sul «Pum», la programmazione di opere infrastrutturali perennemente promesse alla comunità (autostrada, aeroporto, porticciolo, molo porta-containers, circonvallazione, gallerie, ecc.) e la relativa definizione delle modalità di attuazione-integrazione, finiscono col latere nel vacuo, nella miseria propagandistica di slogan e spot sempre utili in un clima di campagna elettorale permanente, visto che ogni anno oramai si è chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti ai vari livelli (senza considerare le eventualità referendarie). E così come per l'area mercatale senza un «Prg» ed un «Puc» che la individui una volta per tutte, si litiga anche sulle strisce blu, sui parcheggi, senza un piano di mobilità che nell'analizzare le criticità, anche sotto il punto di vista della logistica, definisca puntualmente (anche nel numero volendo) le diverse aree di sosta (a pagamento, libere, ecc.), con l'unico risvolto di lasciare attonito il cittadino, spettatore involontario ed inerte.

Il deserto regolamentare in cui versa la città, in spregio al principio di sussidiarietà, non equivale ad assenza di regole, ma alla non conoscenza di esse. Disciplinare una materia equivale prima di tutto a renderla di dominio pubblico, facilitandone l'accesso attraverso un link nel sito web istituzionale ovvero una più tradizionale istanza all'Urp. L'anarchia (che è propria dell'assenza di regole), non è del cittadino costretto comunque ad avere a che fare con iter farraginosi e pastoie burocratiche che lo confondono fino a sfiancarlo, ma perché obbligato a procedere al buio, affidandosi a giudizi di più (e diversi) uffici dei quali, non potendosi documentare preliminarmente, ignora competenze e portata. Lo si espone così ad una discrezionalità insuperabile se non grazie al provvidenziale interessamento e conseguente intervento del “padrino” politico di turno, sovente invocato al fine di “sbloccare una pratica”, anziché a “segnalare o raccomandare”, come in un passato sempre più remoto, il proprio favorito per un posto di lavoro, ove ne esista ancora la utopica possibilità. Al riguardo, si può cogliere spunto dalla stagione estiva in corso, affrontando il tema delle concessioni del demanio marittimo.

Da un decennio il litorale annovera una presenza maggiore di aree attrezzate, punti di ristoro, lidi e club. L'assenza di regole farebbe pensare che chiunque possa prendersi una fetta di spiaggia, ma non è così. In molti si chiedono se esistano bandi cui poter partecipare. Di certo, esistono concessioni e canoni da pagare. La L.R. 15/2005 sul Demanio marittimo in Sicilia, dispone fra l'altro anche sulla concessione, rinviando per un una più dettagliata disciplina ai Piani di utilizzo del Demanio marittimo la cui redazione spetta al comune costiero per poi essere approvato dall'Arta. La Regione con decreto assessoriale ha dettato le nuove linee guida e fissato un termine ultimo, persino prorogato. Dei 122 comuni costieri siciliani, Gela – manco a dirlo – è tra quelli ancora inadempienti. Il «Pudm» è inteso a soppiantare i vecchi Piani spiaggia che si limitavano ad sezionare la costa in lotti da concedere o da destinare al libero utilizzo. Il potenziale di questo strumento, sotto l'aspetto turistico e paesaggistico oltre che di riqualificazione morfologico-funzionale del nostro tratto costiero, è notevole. In assenza di ciò, un privato che vuole avviare un'attività di interesse pubblico o aperta al pubblico lungo la spiaggia ancora fruibile, conoscerà passaggio dopo passaggio il destino della propria iniziativa, con i tempi che, dall'avvio dell'istruttoria fino al pronunciamento sull'accoglimento o rigetto, si dilateranno inevitabilmente tra i vari uffici cui dovrà rivolgersi (Ufficio marittimo competente, Capitaneria di Porto, Comune, soprindendenza Beni Culturali, Asp, Genio Civile, in casi particolari persino Pubblica Sicurezza, assessorato regionale al Territorio ed Ambiente). Insomma, le tappe per frenare il percorso abbondano e se non hai un santo cui votarti, specie se ateo, sai che c'è sempre la prima segreteria politica disponibile che ti capita, o che scegli, cui bussare.

In una città che abbiamo visto non dotarsi di essenziali regolamenti (Prg, Puc, Pum, Pudm e via di seguito), con serio rischio di essere peraltro “commissariata ad acta”, non convince neanche la circostanza che vorrebbe, sul piano della legalità, far sembrare che in ogni procedura tutto vada sempre liscio. A meno che, a solleticare il sonno intervenga un esposto. Si consolida, soprattutto, una sorta di sottocultura dominante che vede accettare gli eletti, dal consigliere comunale al primo cittadino, sempre meno come delegati dei cittadini e sempre più come “impiegati di palazzo” abituati a gestire, o peggio rincorrere, le emergenze pensando che ciò rientri nella normale amministrazione, laddove redigere un piano regolamentare assurge ad amministrazione straordinaria. Semmai (ed a rigore) è proprio il contrario.


Autore : Filippo Guzzardi

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