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Corriere di Gela | Il paesaggio di Verga come 'Sfinge misteriosa' in un saggio di Dora Marchese
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notizia del 29/08/2009 messa in rete alle 21:01:44

Il paesaggio di Verga come 'Sfinge misteriosa' in un saggio di Dora Marchese

Vorrei segnalare un libro stupendo che nessun lettore colto, non solo siciliano, dovrebbe lasciarsi sfuggire. Si tratta de La poetica del paesaggio nelle "Novelle rusticane" di Giovanni Verga, Bonanno Editore, Acireale-Roma 2009, 299 pp. Ne è autrice Dora Marchese (nella foto), giovane archeologa, filologa moderna e studiosa dei rapporti tra letteratura, cinema e teatro, attualmente assegnista di ricerca e tutor di Letteratura Italiana all'Università di Catania, ben nota agli studenti gelesi di Scienze della Comunicazione. Il volume, di impeccabile rigore scientifico e di gradevolissima lettura, che l'autrice ha recentemente presentato al Salone del Libro di Torino, si divide in due parti.
Nella prima (pp. 17-52) Dora Marchese tratta del rapporto tra paesaggio e letteratura su un piano storico e teorico: dopo una densa analisi della nozione di "paesaggio" nelle varie forme artistiche della cultura moderna (estremamente arguto l'incipit giocato su La condizione umana di Magritte e un passo di Palomar di Calvino, cioè due capolavori dell'epistemologia del paesaggio, rispettivamente nella pittura e nella narrativa) e di quella che può chiamarsi una vera e propria "poetica del paesaggio" (e qui, anche sulla scorta di una geolinguistica dello stesso termine nelle diverse lingue, scopriamo che l'Occidente elabora l'idea stessa di paesaggio a partire dal XV secolo con la pittura fiamminga), l'autrice si concentra su Verga ed esplicita sia la sua peculiare poetica generale del paesaggio sia la funzione che il paesaggio assume in particolare nelle Novelle rusticane (1883), opera cronologicamente e ideologicamente di raccordo tra I Malavoglia e il Mastro-don Gesualdo e per questo spesso colpevolmente sottovalutata dalla critica (fatta eccezione per le novelle più famose). Si scopre così che in Verga la funzione del paesaggio ha una sua "evoluzione" e si articola in almeno tre fasi: c'è la fase dei romanzi giovanili, in cui il paesaggio rispecchia romanticamente i sentimenti dei personaggi protagonisti; c'è poi la prima fase verista, quella di Vita dei campi e de I Malavoglia, dove il paesaggio svolge una funzione epico-lirica o lirico-simbolica, nel senso che la sua oggettività scarna ed essenziale è pur sempre posta al servizio dell'esigenza di rispecchiare simbolicamente le vicende misere degli infelici protagonisti; e c'è infine l'ultima fase, inaugurata proprio dalle Novelle rusticane, "in cui trionfa una visione materialistica e pessimistica, incentrata quasi esclusivamente sul dominante motivo della roba, che si rispecchia nella centralità del paesaggio agrario storicamente e realisticamente connotato e che troverà la sua più compiuta espressione nel Mastro-don Gesualdo" (p. 33).
La seconda parte (pp. 53-291) è costituita da una analisi minuziosa di ciascuna delle dodici Novelle rusticane e rappresenta una sorta di verifica filologica puntualissima delle concezioni generali sinteticamente enucleate nella prima. In tal modo il lettore vede scorrere davanti ai propri occhi dei "quadri" narrativi e argomentativi che articolano la complessa visione verghiana del paesaggio: il paesaggio come roba ne "Il Reverendo"; l'elegia del paesaggio in "Malaria"; l'epica del paesaggio ne "La roba"; la multipercettibilità del paesaggio in "Pane nero"; il rapporto tra paesaggio, società e scrittura ne "I galantuomini" e in "Libertà"; la sceneggiatura del paesaggio ne "Il Mistero"; il paesaggio interiorizzato nella "Storia dell'asino di S. Giuseppe"; gli scorci di paesaggio in "Don Licciu Papa", "Cos'è il Re" e "Gli orfani" e infine l'imperscrutabilità del paesaggio in "Di là del mare".
La tesi di fondo dell'autrice di questo stimolante viaggio nel mondo di Verga è che il grande autore siciliano usa la massiccia messa in scena del paesaggio "per veicolare le sue dichiarazioni di poetica e per esemplificare la concezione esistenziale posta alla base delle sue opere", dal momento che come pochi altri "comprese lo straordinario compito affidato all'artista che, solo fra tutti gli uomini, ha osservato, amato, recuperato e narrato il paesaggio per farne metafora dell'esistenza umana" (p. 291). Ed è nella novella "Di là del mare", l'ultima della raccolta, che Dora Marchese trova il passo-chiave, la dichiarazione di poetica che è anche una pagina di rara potenza espressiva e sublime passo ritmico (cui forse possono essere accostati solo i passi più ispirati di Horcynus Orca): "Solo rimaneva solenne e immutabile il paesaggio, colle larghe linee orientali, dai toni caldi e robusti. Sfinge misteriosa, che rappresentava i fantasmi passeggeri, con un carattere di necessità fatale". Nella vera e propria Weltanschauung di Verga il paesaggio diventa così "una spazialità immutabile, in grado di sconfiggere il Tempo e la Storia" (p. 15), e questa lezione non verrà dimenticata da autori successivi come Pirandello (che attraverso la nozione verghiana di paesaggio ritorna a intuizioni filosofiche sulla Natura di sapore leopardiano) e Tomasi di Lampedusa (con la sua nozione di paesaggio "irredimibile" e metafisicamente immobile), per non parlare naturalmente del già evocato D'Arrigo, in cui il paesaggio dello "Scilla'e Cariddi", cioè lo Stretto di Messina, infestato dalle "fere" farà da sfondo a un finimondo epico in cui la Sfinge misteriosa, per estrema metamorfosi, sarà un'Orca infernale.


Autore : Marco Trainito

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