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Corriere di Gela | Le due piccole epopee di Anna Maria Albani
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notizia del 17/11/2007 messa in rete alle 20:40:08

Le due piccole epopee di Anna Maria Albani

La cosa che salta subito agli occhi leggendo Lettere da Chicago di Anna Maria Albani (nella foto) (Editing Edizioni, Treviso 2007) è che questo esile romanzo mira ad illustrare ben due epopee, seppur minime e marginali, del recupero delle origini. Da un lato c’è la famiglia di antica discendenza dell’autrice, originaria di Acate ma residente a Gela da 36 anni, e dall’altro c’è Acate, il piccolo centro tra Niscemi e Vittoria che vanta origini antichissime agganciate addirittura al mito di Enea, come Roma.
L’occasione dell’intreccio romanzesco l’autrice – che è anche il narratore interno – la trova in un pacco di lettere dall’America ereditato da una sorella della nonna paterna, zia Maddalena. La mittente è una sorella di quest’ultima, zia Marietta, la quale, emigrata nel 1921 in America, aggiorna Maddalena sulla sua situazione e su quella di una nipote, Concettina, figlia ventenne di una terza sorella, emigrata con lei dopo aver vinto la resistenza dei suoi genitori. E sono proprio gli accenni alle disavventure amorose di Concettina a Chicago contenuti in alcune lettere a stimolare la curiosità dell’autrice-narratrice e a farsi raccontare direttamente dalla zia Concettina, l’ormai anziana sorella del padre, la sua triste storia.
Nella “Prefazione” l’autrice sottolinea che quella che stiamo per leggere non è la classica storia di emigranti siciliani “poveri e diseredati”, perché i protagonisti sono benestanti che mal sopportano l’asfittica aria di provincia e vorrebbero migliorare la qualità della propria vita. Sfortunatamente zia Marietta e Concettina risultano inadeguate allo scopo e vedono le loro speranze naufragare.
Concettina vorrebbe inserirsi nel mondo della moda, perché le piace disegnare abiti, ma il motivo sentimentale che la spinge a partire (la ricerca di un quasi-fidanzato compaesano già partito in cerca di fortuna) e il codice culturale elementare attraverso cui interpreta l’America (“sentivo raccontare delle sue città: i negozi, i cinema, i ritrovi”, p. 10) la portano in fretta alla disillusione. La ragazza, infatti, trova lavoro in una specie di sartoria col compito di “fare il punto occhiello alle asole delle giacche e dei cappotti da uomo” (p. 29). Concettina ha di sé un concetto socio-culturale del tutto inadatto al mondo complesso in cui si viene a trovare e per questo la sua vita in America è una collezione di disastri, allietati quasi esclusivamente dall’affetto della zia Marietta e dai film di Rodolfo Valentino e Charlie Chaplin. Dopo aver scoperto che il suo Peppino va in giro con un’altra donna, lo rifiuta sdegnosamente e per poco non finisce nelle grinfie di un petulante corteggiatore italoamericano, che è anche uno scagnozzo di Al Capone. Poi sposa un cugino di primo grado, Vincenzo, un “Albani” come lei. Perde gli unici due figli (uno in grembo, in America, e uno a tre anni, dopo il ritorno a Biscari nel 1931) in circostanze che rivelano tutta la sua cocciuta e irresponsabile superficialità, e alla fine, abbandonata da un marito distrutto, si riduce per il resto dei suoi giorni al rango di donnina di chiesa e di zia amorevole per i nipoti (tra cui l’autrice stessa). Vincenzo è forse il personaggio più interessante del libro. In America studia per diventare professore di lettere e gestisce una tipografia, ma un matrimonio sbagliato e quella che Nietzsche chiamerebbe “malattia della storia antiquaria” lo conducono l’uno alla rovina e l’altra alla perdita del senso della realtà. Vincenzo, infatti, è tormentato dal fatto che il nome del suo paesello, Biscari, assomiglia troppo al volgare “bischero”, con cui spesso lo appellano scherzosamente i suoi amici toscani di Chicago. Per questo si dedica a una ricerca storico-filologica ossessiva per dimostrare che il nome vero e autentico del suo paese dovrebbe essere “Acate”, dal nome del mitico “fidus comes” di Enea, secondo Virgilio (Aen., VI 158-159). Addirittura Vincenzo crede di scoprire una più antica versione del mito che sarebbe attestata nel primo trattato di mineralogia pervenutoci, il Perì Lithòn, attribuito a Teofrasto (il grande discepolo di Aristotele incaricato dal maestro stesso di succedergli nella direzione del Liceo), dove si racconta tra l’altro la storia mitica dell’Agata, un tempo presente in abbondanza sulle rive del fiume Dirillo (l’antico Achates). Non solo i greci di Alba, cioè gli Albani che per primi colonizzarono l’odierno territorio di Acate, erano i pii custodi della preziosa Agata trasportata nelle navi naufragate in Sicilia, ma l’eroe Acate, cui è riconducibile il nome della pietra, era il vero nome dello stesso Enea! In tal modo Vincenzo Albani contribuisce, seppur indirettamente, all’avvio di quell’iter amministrativo che permetterà, nel 1938, di dare alla città il nome di “Acate”.
Addirittura egli formula una fantasiosa ipotesi paretimologica sull’origine della parola “Biscari” (ancora oggi oscura) e dell’espressione dialettale “U Viscari”, sulla base di un episodio storico in cui fu coinvolta l’antica Gela: «Quando Gelone di Dinomene dell’illustre casato di Gela, nel 485 a. C., divenuto tiranno di Siracusa, distrusse Camarina e trapiantò buona parte dei cittadini gelesi a Siracusa, perché Gela non era il centro adatto alla sua potenza in quanto la spiaggia era importunosa, pensò di fare la stessa cosa con il villaggio sul fiume Achates che peraltro veniva considerato borgata di Gela.
Gli Albani fuggirono per non subire la deportazione, abbandonarono le abitazioni e, percorrendo il corso del fiume, si rifugiarono sotto la collina, dove già esisteva un insediamento di pastori. I nuovi arrivati furono accolti abbastanza bene, però sentirono fin da subito dire: “UBI ISCARI” (dove andate?). Loro interpretarono come “UVI ISCARI”, senza dare un significato a quelle due parole che piano piano trasformarono in “U Viscari”, e con quel termine chiamarono il luogo ospitale, che successivamente, in epoca medievale, fu tradotto nell’italiano volgare “Biscari”» (p. 56).
Ecco la vita e i pensieri dei giovani sposi Concettina e Vincenzo Albani, emigrati acatesi a Chicago, del tutto ignari del corso che la grande Storia prendeva in quel tempo, con il Fascismo in Italia, i grandi scontri economici e ideologici che agitavano l’Occidente e la II Guerra Mondiale alle porte.


Autore : Marco Trainito

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