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Corriere di Gela | Quella nave americana affondata nel mare di Gela
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notizia del 27/09/2003 messa in rete alle 20:03:08
Quella nave americana affondata nel mare di Gela

E’ la storia di una nave da battaglia americana affondata nel mare di Gela (a trecento metri dal pontile), durante lo sbarco del 10 luglio 1943.
La città dormiva, ignara di quanto stava per accadere. Venne dato l’allarme dalla Guardia costiera e suonarono le campane della Chiesa Madre.
Un gruppo di aerei tedeschi (stukas) si levò dal nostro aeroporto e lanciò dal cielo delle bombe, che centrarono due grosse navi da guerra e una nave appoggio che trasportava carburante.
Le tre navi presero fuoco subito e l’incendio durò per ben due giorni e una notte. Gli aerei tedeschi vennero colpiti dall’infernale contraerea di centinaia di navi che ingolfavano il mare di Gela.
La notte dello sbarco durò una... eternità, perché i cittadini non si resero subito conto di quel che stava accadendo. C’era viva ansia in tutti, si pregava, i bambini piangevano atterriti. Si udivano bombardamenti nella piana.
I marines sbarcati erano incerti se andare avanti o rientrare sulle navi. Incessante era il cannoneggiamento dal mare verso il Castelluccio, dov’erano dislocate le truppe italiane e tedesche con i loro mezzi.
La mattina del 10 luglio si scorgevano tanti militari morti in piazza Umberto, in alcune vie cittadine, nel corso e sulla spiaggia, che i soldati americani fecero presto sparire. Nella battaglia di Gela perirono 214 ufficiali, 7 mila militari e un congruo numero di feriti e dispersi. Furono allora temporaneamente seppelliti nel cimitero di Ponte Olivo 3350 italiani, 500 tedeschi e 3090 americani.
A trecento metri dal pontile affiorava la prua di una nave americana, che era affondata perpendicolarmente, adagiandosi nel fondo. Questa triste testimonianza della nave affondata rimase per quasi un anno sul nostro mare.
Tanta gente si tuffava lateralmente al relitto, portando in superficie decine e decine di scatolette contenente carne, burro, salsiccia, caffé, frutta, salame, sigarette, cioccolata ed altro. Per alcuni mesi si svolse a Gela un fiorente commercio di beni di consumo. Vale la pena ricordare che, durante la guerra, gli italiani dovevano acquistare ogni cosa con le carte annonarie: pane, carne, abiti, scarpe ed altro.
Il commercio delle scatolette e delle sigarette, si svolgeva sotto gli occhi delle autorità, nella piazza Umberto e lungo il corso. Nell’estate del 1944, il relitto della nave, che aveva dato da mangiare a tanta gente in città, e fuori Gela, sparì improvvisamente. Era successo che una ditta catanese aveva comprato, dal comando americano, la nave affondata, che venne trasportata da un grosso rimorchiatore nel porto etneo e smontata. In una grande officina, con grosse cesoie, il ferro della nave venne tagliato in verghe di varie misure e vendute.
E poiché il metallo non era in vendita da un paio di anni (il ferro delle ville venne sequestrato dallo Stato per necessità belliche) fu smerciato in poco tempo. Mio padre, che esercitava il mestiere di fabbro, riuscì a comprarne diversi quintali, trasformando quelle verghe in ferri da cavallo.


Autore : Gino Alabiso

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