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Corriere di Gela | Dietro l’arresto di Sarchiello i retroscena di due omicidi
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notizia del 11/03/2012 messa in rete alle 19:47:54
Dietro l’arresto di Sarchiello i retroscena di due omicidi

Agenti della squadra mobile della Questura dii Caltanissetta, hanno eseguito mercoledì scorso un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta dr. Carlo Ottavio De Marchi, a conclusione di complesse indagini dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica – Dda di Caltanissetta, nei confronti di Francesco Sarchiello, risultato affiliato all’associazione a delinquere di stampo mafioso di Gela. L’uomo, nato a Gela il 28 giugno 1974, era in stato di libertà in località protetta, in quanto nel frattempo determinatosi a collaborare con la giustizia.

Le indagini hanno permesso di ricostruire due gravi eventi delittuosi commessi da pericolosi esponenti del clan di cosa nostra di Gela. Il Sarchiello è sottoposto ad indagini per l’omicidio di Rosario Ministeri, avvenuto a Gela il 20 dicembre 1997, all’interno del suo bar denominato “Caposoprano”, in via Palazzi, con il concorso di Giovanni Ascia, e per un altro omicidio, quello di Franco Saffila, avvenuto il 29 settembre 1998 ad Aidone (En), in concorso con Massimo Carmelo Billizzi e Giacomo Stanzù, affiliati alla cosca di Daniele Emmanuello.

Le investigazioni hanno permesso di accertare come l’uomo arrestato mercoledì scorso dagli agenti della Questura di Caltanissetta, Francesco Sarchiello, sia stato pienamente inserito in cosa nostra gelese dal 1995 al 1999 ed era inizialmente vicino ad esponenti del clan Rinzivillo, per passare successivamente nelle fila del clan (a quell’epoca antagonista) degli Emmanuello.

Intorno all’anno 2000, Sarchiello decideva autonomamente di interrompere ogni rapporto con cosa nostra, lasciando Gela e trasferendosi al Nord Italia. Nel corso della sua breve carriera all’interno di cosa nostra gelese ha svolto delicati compiti partecipando, con funzioni perlopiù di appoggio logistico ai killer, ai due efferati fatti di sangue contestati e dei quali lo stesso, in un secondo momento, si è accusato.

Omicidio Rosario Ministeri. E’ avvenuto a Gela il 20 dicembre 1996, all’interno del suo bar denominato “Caposoprano”, sito a Gela in via Palazzi 106. Dalle dichiarazioni rese dal Sarchiello, il grave delitto del barista era stato deciso da Emanuele Trubia, uomo di spicco di cosa nostra gelese, il quale voleva punire Ministeri perché questi continuava a mantenere rapporti con il fratello pentito Salvatore Trubia ed aveva regalato a quest’ultimo perfino un orologio. Il Sarchiello riferiva che a sparare era stato Giovanni Ascia, il quale nella circostanza aveva utilizzato una pistola cal. 38 fornita dal Trubia, mentre lui era rimasto in auto ad aspettare l’Ascia, ancora sotto processo.

Omicidio Franco Saffila. A completamento di quanto emerso dalle investigazioni effettuate nell’ambito dell’operazione “Hor-cynus”, intervenivano le dichiarazioni del Sarchiello, che confermava quanto dichiarato da Carmelo Billizzi e Smorta, affermando di essere stato coautore del delitto proprio insieme a Billizzi. Il Sarchiello dichiarava di aver partecipato all’omicidio di Franco Saffila, confermando appieno le dichiarazioni di Billizzi sulle dinamiche e movente dell’omicidio.

In particolare, il Sarchiello dichiarava che l’omicidio del Saffila era avvenuto dopo l’omicidio di Rosario Ministeri, cui egli aveva partecipato, che a sparare al Saffila era stato il solo Billizzi, mentre lui aveva sparato all’uomo che in quel momento si trovava con la vittima, rimasto illeso e che il mandante di detto omicidio era un “vaccaro” ovvero una persona che aveva del bestiame il quale aveva messo loro a disposizione le armi ed il covo, il quale aveva dei rancori di natura personale con il Saffila. Dichiarava infine che nella zona di Enna si erano recati a bordo di una Fiat Panda

Come si ricorderà, Franco Saffila, operaio ennese, veniva ucciso nel ’98 nelle campagne di Aidone da due “soldati” della famiglia di Gela che agivano su “mandato” del loro rappresentante Daniele Emmanuello, ucciso dalle forze dell’ordine qualche anno fa mentre tentava una disperata fuga in campagna. Come riferito dal collaboratoreBillizzi si trattò di “un favore” fatto dall’Emmanuello a Gabriele Stanzù, soggetto vicino alla famiglia di Enna di Cosa nostra, il quale aveva a più riprese sollecitato l’eliminazione del Saffila, ritenuto responsabile dell’omicidio del proprio genitore avvenuto intorno alla fine degli anni ‘70.

L’omicidio del Saffila, del tutto estraneo alle dinamiche interne alle vicende gelesi, venne ordinato dall’Emmanuello all’unico scopo di stipulare un’alleanza strategica con lo Stanzù, autorevole fiduciario di Cosa nostra della provincia di Enna, e naturalmente con gli uomini d’onore del medesimo sodalizio. Garantendosi la perenne gratitudine dello Stanzù – soggetto che tra l’altro aveva la disponibilità di numerosi immobili anche nella zona di Messina e che si rivelerà uno stabile punto di riferimento nel corso della sua latitanza – l’Emmanuello otteneva infatti il risultato di stringere alleanze con gli uomini di Cosa nostra della provincia di Enna, passaggio strategico funzionale all’ambizioso disegno egemonico segretamente coltivato che, per la sua compiuta realizzazione, richiedeva l’assemblaggio di una “rete di amicizie” che si estendesse ben oltre l’ambito della provincia di Caltanissetta.

Inoltre, per come emerso dalla ricostruzione del delitto, la vittima veniva attinta al capo ed al braccio sinistro da n. 2 colpi di fucile da caccia cal. 12 che ne cagionavano l’immediato decesso.

L’omicidio veniva eseguito mentre la vittima era alla guida di una motopala, intenta ad eseguire a lavori di sbancamento nel fondo di proprietà proprio di Gabriele Giacomo Stanzù. Al momento dell’omicidio era presente sul luogo teatro dei fatti anche Jhonni Molara, figlio naturale della vittima. Uno dei due killer, notata la sua presenza, esplodeva due colpi di fucile anche al suo indirizzo, fortunatamente mancando il bersaglio . Ancora una volta sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che, a distanza di anni, consentivano di ricostruire la dinamica del delitto decifrandone altresì l’esatto movente (peraltro delineatosi già al tempo delle investigazioni svolte nell’immediatezza del fatto delittuoso)


Autore : Redazione Corriere
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