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Corriere di Gela | Eni, bastonata all’occupazione
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notizia del 22/04/2012 messa in rete alle 18:59:10

Eni, bastonata all’occupazione

Venezia passa a Gela il testimone quasi come in una staffetta di atletica leggera, ma con la differenza che se in “laguna” si ritorna a produrre, nella linea 1 e nella linea 3 del sito petrolifero antistante il “golfo” di Gela ci si ferma per un anno. Per molti è un fulmine a ciel sereno e lo è certamente per i circa 500 dipendenti della Raffineria di Gela coinvolti. Ciò che fino a ieri (chissà perché) appariva inimmaginabile, inopinatamente si realizza: è la cassa integrazione non diretta a fini pensionistici, benché integrata da un contributo aziendale comunque garantito, fino a coprire la paga base.

Ancor più controversa la questione dell'indotto, già dilaniato da una crisi occupazionale ai limiti dell'emergenza sociale. Ciò mentre il "tecnicismo" romano è tutto impegnato ad abbassare lo spread, ovvero a cercare la sponda ora della Merckel, ora di Sarkozy, ma soprattutto il consenso della Bce e dei potentati bancari, nonché a coniugare dietro termini divenuti slogan a tutti gli effetti come “riforme”, pressioni lobbystiche e resistenze partitiche. Ciò mentre a Palermo si pensa e si lavora già alle prossime elezioni, al dopo Lombardo indagato e secondo i più a breve anche imputato, a come uscirne il meno peggio possibile da un quadro radicalmente mutato rispetto a quello presentatosi alle urne. Ciò mentre il sindacato (a tutti i livelli) vacilla, tra il mostrare banalmente una solo apparente serenità ed il nascondere vanamente una evidente incredulità, nella ricerca di una (vecchia o nuova?) identità rivendicativa. Ciò mentre un territorio subisce l'ennesima umiliazione, costretto a pagare ancora dazio a causa di una politica locale per lo più miope, per molti versi latitante, piccola ed assolutamente incapace di porsi come interlocutore credibile al cospetto del gigante Eni.

La notizia. È stata data dall'ufficio stampa Eni attraverso una nota redatta a margine di un incontro con le rappresentanze sindacali. La fermata è definita “temporanea” (ben 12 mesi) e “parziale” (ad essere interessati sono Coking 1, FCC, deposito interno carburanti, imbottigliamento Gpl e parte degli impianti utilities) ed è prevista per maggio. Ripresa fissata per aprile 2013. Resta in marcia la linea 2 (Coking 2) e con essa, ovviamente, la centrale elettrica, cuore pulsante dell'intero insediamento.

La scelta è chiara. Si usano termini come “redditività”, “margini” e quant'altro, ma in parole povere c'è un'eccedenza in termini di prodotto raffinato che rimane invenduta, con la Divisione “Refining & Marketing” corsa ai ripari dapprima a Porto Marghera, ora a Gela dove non a caso, già da tempo le tre linee viaggiavano a marcia ridotta. In linea teorica si procede ad un contenimento occupazionale e produttivo negli impianti dove il ritorno è una passività (linee 1 e 3); continuità invece laddove il ritorno è attivo, attraverso il reimpiego dello scarto di prodotto (pet-coke) come combustile tanto nella lavorazione del pesante greggio locale quanto presso la centrale dove magari poter produrre un'eccedenza, quella in termini di energia elettrica, che ha invece mercato e non rischia di rimanere invenduta.

La grande illusione. Insomma, è finita. Non inganni se l'azionista di maggioranza relativa rimane lo Stato con il potere di nomina governativa dell'amministratore delegato. L'Eni è una Spa a tutti gli effetti e come tale pensa ed agisce dal 1992. Se può sottrarsi all'accordo Morese, considerato in un momento immediatamente successivo fin troppo oneroso, lo fa. Se considera più conveniente continuare ad impiegare pet-coke a Gela ed inaugurare la propria tecnologia Est (a decisamente più basso impatto ambientale) nel deserto pianuroso presso Sannazzaro, non esita a deliberarlo. Se da principale protagonista può ricorrere all'Assopetroli per avvertire che ci sono 4 o 5 siti nel territorio italiano che rischiano grosso, non ci pensa due volte. Da queste parti sono dovuti passare 20 anni per capirlo, una volta per tutte.

Un governo nazionale che fa da spettatore. Non deve parimenti stupire. Il falso bipolarismo ed ed i collegi uninominali, hanno rimpiazzato la “partitocrazia” con la “deputatocrazia” basata su feudi elettoriali autoreferenziali, che esprimono gli interessi dell'onorevole e non del territorio. Unitamente ai tentativi di un federalismo approssimativo, preoccupato più a non indebolire il potere centrale che ad esaltare il principio di sussidiarietà, s'è creato un maggiore distacco tra centro e periferia. In altri termini, a Roma sanno poco (mafia vs. antimafia) o nulla di Gela ed anzi, per dirlo con estrema eleganza, non glie ne frega pure un fico secco. Eccolo qui lo Stato, attraverso l'Anic parastatale, imputato numero 1 dello scempio ambientale a Gela come da altre parti, in una situazione in cui controllore e controllato coincidevano, per poi lavarsene le mani come Ponzio Pilato con una semplice operazione: privatizzare l'Eni.

Un governo regionale debole e spiazzato. È forse l'immagine più fulgida dell'intero panorama. Debole è la posizione del suo principale esponente, sul punto di lasciare la carica per iniziativa della magistratura e non dei partiti. Debole è la posizione in cui si è messo, rinunciando ad una strategia ad ampio respiro e privilegiando, invece, accordi e protocolli in cui ha pensato di poter dare del tu all'Eni, per poi ritrovarsi interdetto da una decisione ben diversa da quella sottaciuta e relativa alla paventata esigenza di “smaltimento” (si parlava di 400 esuberi) che si pensava di poter gestire con calma e col tempo. Tanto da vedersi costretto ad attivare un'unità di crisi che coinvolge gli assessorati all'economia, ,attività produttive ed energia e chiedere al governo centrale aiuto attraverso la dichiarazione dello stato di crisi.

Lo sgomento sindacale. È altrettanto inequivocabile. Pur mostrando una certa diffidenza verso finanziamenti annunciati per opere mai iniziate, soprattutto l'ex triplice, specie a livello locale, è sembrata tracciare un nuovo percorso, una nuova mission, accettando la sfida lanciata dal management sul piano della interlocuzione (non solo concertativa) nell'ambito della propugnata strategia aziendale. Belle parole ma zero fatti. L'Eni non le manda certo a dire e piazza un durissimo colpo, puntando dritto allo stomaco nonostante i fianchi mostrati. “Atto unilaterale inaccettabile i cui costi vengono pagati solo dai lavoratori” è quanto accomuna tutte le sigle. Lo stato di agitazione è già aperto ma non è poi una gran novità. Agitarsi così serve poco e l'art. 40 della Costituzione è ancora in vigore (chissà qualcuno l'avesse dimenticato).

Infine, i ritardi politici locali. Sono atavicie sotto gli occhi di tutti. Le reazioni di principio, quelle non mancano mai. C'è chi scarica ogni responsabilità sull'Eni (Crocetta e Speziale) chi insiste contro l'esecutivo regionale circa l'assenza di un piano industriale regionale (Donegani), chi apre un tavolo permanente (consiglieri comunali), chi ne invoca altri a partire dal prefetto fino a livello ministeriale (Sindaco Fasulo), ma se c'è una cosa in cui l'Eni è riuscita benissimo in questa vicenda, al momento, è il non aver accontentato alcuno. Neanche il più egoista degli ambientalisti può esultare perché il pet-coke è sempre lì, in grande disponibilità per essere bruciato, magari con un Coking 2 che torna ad accellerare la propria marcia.


Autore : Filippo Guzzardi

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