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Corriere di Gela | Una città che sogna
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notizia del 27/04/2008 messa in rete alle 18:54:32
Una città che sogna

Nonostante una classe politica locale che non s’è distinta negli anni in quanto ad affidabilità, Gela si conferma città politicamente matura anche in questa, ennesima e burrascosa, tornata elettorale. E lo fa nel migliore dei modi, affidando il mandato regionale a ben 3 candidati: Federico, Speziale e Donegani. Per tutti e tre, ineccepibilmente, Gela è stata decisiva, senza considerare l’eventualità che in caso di Assessorato regionale a Rudy Maira dell’Udc, potremmo avere un quarto gelese all’Ars con Enzo Cirignotta che con i suoi 2724 voti (di cui 1988 a Gela) ha battuto l’assessore uscente, ex An, Giovanna Candura (2402 preferenze).
Dei tre deputati, il più votato è Pino Federico: 9.361 voti in provincia, di cui 7.105 a Gela dove fa il pieno nella lista del Movimento per l'Autonomia (8.116 voti a Gela). Tre i punti focali. Il primo è l'onda lunga del centro-destra e l’evidente insoddisfazione verso il governo di centro-sinistra nazionale così come verso l'amministrazione comunale di centro-sinistra capeggiata dal sindaco Crocetta: è a dir poco impressionante il consenso che Federico ottiene, invero, in quartieri storicamente “rossi” della città. Il secondo è il messaggio che Federico ha saputo, con gran merito, far passare nell'elettorato di centro-destra, facendone convergere i voti sulla sua candidatura: vale a dire il pericolo che la città non avesse alcun rappresentante a Sala d'Ercole, nell'eventualità che la lotta interna nel Pd tra Speziale e Donegani favorisse il nisseno Aronica e nella fortissima probabilità, poi puntualmente verificatasi, che Ascia (Sinistra Arcobaleno) e Cirignotta (Udc) non avessero vinto le rispettive sfide interne con Lomaglio e Maira. Lo testimoniano, inequivocabilmente, i numeri: a Gela, Federico raccoglie oltre 7.000 voti contro i 2500 racimolati dall’intera lista del Pdl (di cui 1500 dal buterese Di Tavi) nel giorno dell'election-day che consegna al centro-destra una maggioranza schiacciante a Roma e Palermo con il Pdl di Berlusconi (e Fini) primo partito a livello nazionale e regionale. Il terzo è il piccolo vantaggio che Federico ha goduto nei confronti di Speziale e Donegani, rimasti in bilico fino a meno d'un mese dalle elezioni. Che Federico sapesse già da tempo della sua candidatura lo dimostra il lavoro fatto in provincia ed, in particolare, nel comprensorio, dove s'è mosso in tempo e molto bene, raccimolando quei voti necessari per sconfiggere i compagni di squadra. Proprio quest'ultima considerazione ci aiuta a capire ed apprezzare in pieno il valore dell'impresa del candidato locale del Mpa in una lista fortissima: basti pensare che la Interlandi è battuta per poco meno di 400 voti e, oltre l'assessore uscente con 8933 preferenze, ci sono da mettere nel debito conto i 7850 voti di Zoda ed i 4063 voti di Lillo Selvaggio.
Parimenti, Gela è una città che sogna, disperatamente, il cambiamento: non si spiegherebbe altrimenti l'incredibile rimonta dell’allora “rinascimentale” Crocetta contro il superfavorito Scaglione, nè si spiegherebbe il clamoroso riscontro ottenuto in queste elezioni regionali dal “braveheart” locale Miguel Donegani. Perchè se a Federico, senza ombra di dubbio, tocca la palma di «superstar», il “ripescato” Donegani è (per quel che ci riguarda da vicino in quanto gelesi), a ragion veduta, il vero «vincitore morale» di questa campagna elettorale. Inutile negarlo e sarebbe praticamente una scemenza farlo: Donegani ha corso chiaramente da solo, contro gli avversari del centrodestra e quelli del suo stesso partito. Donegani era nella lista del Pd: nessun componente della giunta, nessun consigliere comunale, nessun amministratore di altri comuni della provincia, aderenti al Pd, se n'è accorto: nessuno di questi era presente nella sua convention d'apertura, nei suoi spot, al suo fianco nei quartieri, nel suo comizio di chiusura. Nessuno: erano tutti con Speziale, che ha mostrato i muscoli, come forse mai aveva fatto in passato. Nonostante tutta la nomenclatura fosse dichiaratamente schierata con lui (mi riferisco anche alle zone d'influenza nei vari enti provinciali e quindi non solo ai dirigenti del PD), il deputato regionale uscente, ottiene la riconferma (8605 voti in tutta la provincia) ma viene battuto nel suo collegio roccaforte, Gela, da chi, dopo anni, ha avuto il coraggio di metterne veramente in discussione, più che la leadership, il modo d’intendere la politica: quel Miguel Donegani (5023 voti contro i 5021 di Speziale, dopo un estenuante testa a testa) il cui coraggio è stato premiato, solo apparentemente dal caso poichè s’è verificata un’ipotesi espressamente prevista per legge, dalla vittoria senza “premio di maggioranza” di Lombardo e della coalizione a sostegno. E se proprio vogliamo dirla tutta, una delle ipotesi più accreditate è che ce la faccia anche Aronica (terzo con 5322 voti) a cui scatterebbe il seggio perchè la Sinistra Arcobaleno non partecipa alla ripartizione del (cosiddetto impropriamente) “premio di minoranza” in quanto al di sotto dello sbarramento del 5% (nel momento in cui scrivo, peraltro, si profila un ricorso della Sinistra Arcobaleno per un riconteggio delle preferenze in alcune circoscrizioni già individuate). L'argomentazione, in ogni caso, addotta da alcuni ambienti secondo cui l'elettorato non ha gradito la contrapposizione è semplicemente smentita dai fatti. L'elettorato ha fatto fuori la sinistra ideologica su suggerimento di Veltroni: è questa la verità di fondo ed il Pd ne ha usufruito. Per le Elezioni alla Camera ed al Senato il Pd siciliano, raggiunge il 27%, mentre per le elezioni regionali il 24% ma ciò è dovuto alla scelta del Pd di non correre da soli anche nella competizione regionale. La contrapposizione, semmai, proprio a Gela dov'era più sentita ha portato il Pd a toccare il 35%, in sintonia con la media nazionale. E se si pesca oltre 3500 voti nei comuni della provincia a fronte dei soli 5000 a Gela dove al proprio fianco c'è il Presidente della Provincia (gelese), il Vice-sindaco, gli assessori Pd in giunta comunale, il Presidente del Consiglio comunale, il capogruppo Pd nel consiglio comunale e tutti i consiglieri comunali, qualcosa vorrà pur dire. Gela è generosa con i suoi figli, anche quelli d'adozione, ma non è sciocca e se, a mio modesto avviso, manda un chiaro avvertimento a Speziale qualora decidesse nuovamente di mettere la sua faccia su un volantino, Donegani è chiamato dall'elettorato ad agire di conseguenza: ricucire lo strappo nel partito è un suo diritto, ma rinnovare il modo di fare politica, anche all'interno del partito stesso, è un suo dovere. Disattenderlo significherebbe svuotare di significato la sua elezione e tradire chi lo ha investito di fiducia senza chiedere null'altro in cambio.
Un'ultima nota a margine: riguarda l'election-day che, a parere di chi scrive, rappresenta la vera chiave di lettura di quest’appuntamento elettorale. Molto sottovalutata dai tanti e troppi presunti «saputelli», tra i quali è da ascrivere anche il sottoscritto, la sua portata è sotto gli occhi di tutti. Già detto del boom del centro-destra a livello nazionale, tale da estendersi anche a livello regionale, nel centro-sinistra la perentoria scomparsa della sinistra radicale è il dato “storico”, anche in questo caso, tanto a livello nazionale che regionale. Come ho sempre sostenuto, la legge elettorale è solo un artifizio tecnico, uno strumento: non può da sola determinare «ad hoc» un sistema partitico. Non a caso, si votava con due sistemi elettorali diversi, ma l'elettore non ha avvertito alcuna differenza. Il centro-sinistra nei due rami del Parlamento come all'Ars è, infatti, solo Pd e non è certo frutto di una coincidenza. La scelta di Veltroni di correre da solo ha raggiunto il suo scopo. Chi parla al riguardo di scelta scellerata non guarda sicuramente agli interessi del Pd, cosa di cui deve aver cura un leader e fino a prova contraria il neonato partito tiene a fronte del previsto ed ampiamente prevedibile exploit del centro-destra. La scelta di Veltroni era palesemente manifesta e l’elettorato non s’è tirato indietro: spegnere l'agonia della sinistra ideologica italiana che durava da quasi un ventennio, allungata dalle candidature in liste coalizionali, aprendo la via al bipartitismo non ideologico (per intenderci, stile Usa). Sicchè, nel momento in cui s’è trattato di correre da soli, pur sotto l'espediente di un simbolo unico come la Sinistra Arcobaleno, sia Rifondazione, sia i Verdi, sia i Comunisti Italiani, sia l'ex correntone Ds altrimenti definito Sinistra Democratica, sono scomparsi dalla scena politica in un sol colpo mentre nel Nord, nel frattempo, la Lega di Bossi interpreta e tramuta in consenso le rivendicazioni delle fabbriche. La scelleratezza, lo ribadisco, è nel non aver confermato la scelta di correre da soli anche a livello regionale. Il Pd regionale e la candidatura alla Presidenza della Regione ne pagano dazio: del resto, che senso ha candidare la Finocchiaro a capo di una coalizione e sentirle candidamente suggerire votate Pd o Pdl?


Autore : Filippo Guzzardi

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