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Corriere di Gela | L’Ipad e il Garibaldi rimosso
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notizia del 17/10/2010 messa in rete alle 18:27:43
L’Ipad e il Garibaldi rimosso

Per chi ancora non lo sapesse, l'iPad è una "tavoletta" della Apple di Steve Jobs entrata in commercio nei primi mesi di quest'anno negli Stati Uniti e arrivata in Italia alla fine di maggio. Consiste "solo" di uno schermo ultrapiatto di 9,7 pollici. Le sue dimensioni, quindi, superano di poco quelle di un comune quaderno scolastico o di un libro tascabile. Questo rende l'iPad molto più leggero e maneggevole di un netbook, perché persa circa 700g e, pur essendo pensato essenzialmente per una nuova esperienza di scrittura, lettura e consultazione, può fare anche quasi tutto quello che fa un normale computer, grazie ad opportune applicazioni scaricabili dall'App Store. Inoltre, la versione per iPad dei giornali è uguale non a quella on-line ma a quella cartacea in formato pdf. Questo permette di sfogliarli muovendo in orizzontale il dito (swipe) e di ingrandire a piacimento l'articolo allontanando pollice e indice (pinch). In tal modo, scaricarli e leggerli sull'iPad è di una comodità inaudita. Le corrispondenti versioni cartacee sono al confronto un terribile spreco di carta e di spazio, soprattutto per chi, come me, nei quotidiani cerca solo certe firme e certe pagine.

Per quanto riguarda i libri, gli ibooks pensati proprio per iPad (e non solo, quindi, per iPhone e iPod) hanno delle caratteristiche precise, per esempio la possibilità di essere sfogliati col dito e di simulare il movimento della pagina che viene voltata. Come si vede, l'ibook è molto diverso dal più tradizionale ebook.

È dunque arrivata la fine per il libro cartaceo? Neanche per sogno. A sostegno della tesi salomonica di Umberto Eco, il quale in una recente "Bustina di Minerva" spiegava perché i libri elettronici non potranno soppiantare quelli cartacei e come entrambi si assesteranno sulle loro rispettive aree di miglior utilizzo, posso portare la mia esperienza di amante dei libri su carta e di vittima consapevole e volontaria del nuovo feticcio tecnologico. Io non amo molto la lettura su supporto elettronico e come controprova ho voluto farmi del male passandomi il piacere di rileggere durante l'estate "Il piacere" di D'Annunzio, facilmente reperibile in formato cartaceo, tutto sull'iPad, tra divano di casa, aeroporto e aereo. Ebbene, ho capito che non c'è niente da fare. Almeno per me, la lettura integrale dei libri cartacei non ha prezzo. Per tutto il resto, appunto, cioè per i testi difficili da trovare su carta, nonché per la ricerca e la consultazione rapide, c'è il formato elettronico, e in particolare quello per l'iPad.

In pochi giorni ho costruito una mia biblioteca personale di un centinaio di classici in formato ibook, quasi tutti in lingua inglese e tutti gratuiti. Questo rappresenta un enorme vantaggio sia culturale che economico. Faccio un esempio. Io ho a casa tutto il "canone" holmesiano e quasi tutto Darwin in italiano e su carta. Ma poter avere sulla tavoletta magica gratuitamente e a portata di "tocco" le versioni elettroniche degli originali è davvero un'opportunità eccezionale. Banalmente, dunque, è tutta una questione di utilizzo, che ci si augura sia sapiente. Ecco perché concordo con Eco. I libri non spariranno; la nostra generazione, almeno, non li vedrà sparire. Sono ancora troppo umani e la loro funzionalità rispetto alla nostra anatomia è uno dei loro punti di forza che li farà resistere ancora a lungo.

A proposito di ibooks, tra le poche opere italiane che attualmente si possono trovare gratuitamente in rete ci sono delle perle davvero interessanti, da Capuana alla Serao, da Balbo a Fogazzaro. Ma a colpirmi in modo particolare è stata la scoperta di tre opere narrative di Garibaldi pressoché dimenticate. Si tratta dei due romanzi storico-politici "Cantoni il volontario" e "Clelia. Il governo dei preti" (entrambi usciti in Italia nel 1870, mentre il secondo era uscito poco prima in Inghilterra) e della più nota ricostruzione romanzata dell'impresa dei Mille ("I Mille", 1874). Ebbene, la lettura di "Clelia" nei giorni intorno alla ricorrenza del 140º anniversario del XX Settembre e in omaggio al 150º anniversario dell'Unità che si festeggia in questi mesi nel nostro Paese, mi ha fatto molto riflettere sul perché questo romanzo, letterariamente scadente ma dall'enorme valore storico-ideologico, abbia subito una così drastica 'damnatio memoriae'. Consultandomi con alcuni colleghi di lettere tutt'altro che sprovveduti, mi sono accorto che nessuno di loro ne aveva nemmeno sentito parlare. Ho poi fatto una rapida ricerca in rete e ho visto che è possibile trovarlo integralmente sia in formato ebook sia in versione scannerizzata su Google libri, anche se sono pochissimi quelli che ne parlano in saggi e articoli. Le edizioni a stampa, dopo la prima, sono state molto poche e la più recente, del 2007, è opera della piccola e quasi sconosciuta casa editrice cagliaritana La Riflessione - Davide Zedda Editore. Eppure stiamo parlando di un'opera scritta da uno dei più famosi personaggi della storia d'Italia, cui pressoché ogni città italiana ha dedicato una via, una piazza, una villa o un monumento. Com'è possibile?

La risposta credo stia nel fatto che in questo romanzo la ben nota furia anticlericale di Garibaldi raggiunge le vette di una violenza verbale insostenibile sia per l'Italia fascista dei Patti Lateranensi che per quella repubblicana e democristiana, nata con l'inclusione, voluta anche da Togliatti, degli stessi Patti nell'articolo 7 della Costituzione; per non parlare dell'Italia berlusconiana, che ha fatto del clericalismo più sfacciato una delle sue bandiere. Il romanzo, scritto nel 1868, all'indomani della disfatta dei garibaldini a Mentana, narra le vicende rocambolesche di un gruppo di giovani patrioti che a Roma organizzano azioni insurrezionali contro il governo della Chiesa dal febbraio del 1866 all'autunno dell'anno dopo, quando le loro speranze e le vite di alcuni di loro naufragano negli scontri che precedono la sconfitta finale di Mentana. Lo stesso Garibaldi mette in scena se stesso nei panni del misterioso e carismatico "Solitario" e il suo livore di sconfitto e deluso dall'atteggiamento imbelle e ambiguo del Governo italiano è chiaramente esibito nell'Appendice storica: «Se la mia penna troppo sovente s'intinge nel fiele e se sovente si tempera non col gentile temperino ma coll'acuto triangolare, terribile pugnale del carbonaro, ne ho ben donde!». Nel romanzo, la cui eroina eponima ha lo stesso nome della figlia di Garibaldi nata proprio nel febbraio del 1867, i preti sono descritti come dei crapuloni corrotti, avidi, fornicatori e sanguinari e sembrano ispirati, più che dal modello dell'Innominato, di don Rodrigo e dei bravi (Manzoni, insieme a Guerrazzi e a Victor Hugo, è omaggiato nella Prefazione), dai terribili monaci del Marchese De Sade. Tanto per dire, il romanzo si apre con il tentativo di rapimento e stupro della sedicenne Clelia da parte del cardinale Procopio, favorito di Pio IX, e in tutto il testo la Chiesa è vista come corruttrice dei costumi e soprattutto come responsabile dell'imbarbarimento del popolo romano, ridotto alla miseria, al ladrocinio, alla servitù più vile e a uno stato di irrimediabile inciviltà che offende la memoria dell'antica e valorosa Repubblica. Nel quinto capitolo, addirittura, tutto dedicato all'infanticidio, Garibaldi rende conto con dati alla mano dei cimiteri di feti e di neonati trovati nei conventi...

Ecco, dunque, dove stanno l'interesse storico di questo romanzo e la causa della sua rimozione dalla memoria collettiva di un Paese che non ha mai smesso di essere clericale e di subire l'influenza culturale e politica della Chiesa. Pubblicandolo pochi mesi prima del XX Settembre 1870, Garibaldi non poteva sapere che di lì a poco la disfatta dell'odiato Napoleone III a Sedan ad opera dei prussiani avrebbe consentito a Vittorio Emanuele II di entrare a Roma e mettere fine al potere temporale dei papi. Sicché la sua voce è quella di un protagonista assoluto, momentaneamente sconfitto dal Papa e dai francesi, che si lecca rabbiosamente le ferite a Caprera e auspica una rivincita contro il corrotto e agonizzante governo dei preti, scrivendo, sempre nell'Appendice storica: «Il papato! Quel cancro del corpo italiano è all'agonia. L'Italia intiera ha compreso che non c'è vita, non prosperità possibile con quell'inferno di vivi. Da tutti gli angoli della penisola si alza una voce di entusiasmo, di giubilo, per il prossimo esterminio del mostro. Privati, Municipi, stranieri, amici contribuiscono con ogni mezzo a sovvenire la schiera dei liberatori. Finalmente! la terra italiana sarà lavata da tanta lordura».

Si comprende allora perché ai nostalgici garibaldini di oggi abbia fatto impressione e rabbia vedere, alle celebrazioni svoltesi a Roma il 20 settembre scorso, il Segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, parlare insieme al nostro Presidente della Repubblica. E si comprende anche come, al di là di riconciliazioni tartufesche e di comodo, sarebbe molto meglio invitare soprattutto i giovani a rivisitare quel momento storico attraverso le parole ancora insanguinate di chi, come Garibaldi, ne ha vissuto sulla propria pelle tutto il dramma.


Autore : Marco Trainito

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