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Corriere di Gela | Il Superamento della crisi del polo industriale
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notizia del 03/10/2009 messa in rete alle 17:36:43
Il Superamento della crisi del polo industriale

Con l'avvento della stagione primaverile l'attività industriale, anche a Gela, ha ripreso i suoi normali ritmi, se così possono definirsi quelli in atto all'interno di una struttura sempre più coinvolta da una intensa crisi, occupazionale e progettuale. Non è un caso, infatti, che gli scioperi e le azioni dimostrative dei lavoratori ricomincino a loro volta ad assumere veemenza: innanzi alla totale assenza di certezze non resta che affidarsi al gesto eclatante, nell'intento di poter conseguire, almeno per un giorno o semplicemente per qualche ora, una seppur minima pubblica considerazione.
La Raffineria di Gela spa ha, oramai da qualche anno, rinunciato ad un'espansione del sito gelese, promessa mai veramente concretizzatasi; l'ultimo indizio di quella che può a tutti gli effetti annoverarsi nella categoria delle palesi evidenze si individua nella scelta di ridurre il famigerato investimento da 500 milioni di euro, optando per lo stanziamento di una quota pari a 250 milioni di euro.
Attualmente la fabbrica gelese può disporre di un numero di addetti, per quanto concerne il diretto, di circa 1.300, ai quali bisogna sommare quelli attivi nel cosiddetto indotto, quantificabili nell'ordine delle 1.000 unità, ma capaci di raggiungere la cifra di 1.500 nei periodi delle fermate generali degli impianti. Simili dati, se confrontati con quelli del recente passato, offrono l'esatta contezza di un processo di progressivo disimpegno, destinato a colpire non solo l'economia locale, forgiatasi per decenni sul sogno tanto decantato dal suo fautore, Enrico Mattei, ma l'intera idea dello sviluppo locale, priva di una vera soluzione alternativa. I sindacati, proprio innanzi a tali confutazioni, hanno da sempre percorso una via concertativa, nel tentativo di non inimicarsi i vertici della locale industria e, allo stesso tempo, tutelare i pieni diritti dei lavoratori rappresentati. Bisogna, però, capire se una simile strategia abbia oggi generato i tanto agognati frutti oppure si sia rivelata solo avventata. Di fronte ad una precaria quotidianità anche la componente rivendicazionale tende a cedere il passo ad una strategia di più marcata affabilità nei confronti della controparte datoriale. In questa prospettiva sembra inserirsi a pieno titolo la proposta formulata dalla locale segreteria della Femca-Cisl: la soluzione prioritaria all' “emergenza Petrolchimico”, secondo i dirigenti della confederazione, risiederebbe in una legge da poco in vigore, la numero 13 del 2009, intitolata “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 Dicembre, n. 208, recante misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell'ambiente”, e nella specie nel disposto contenuto dall'articolo 2.In realtà si tratta di una disciplina alquanto complessa, frutto di molteplici passaggi istituzionali ed extra-istituzionali, con una precisa velleità: consentire lo sblocco degli investimenti promessi dai vertici della Raffineria di Gela, risolvendo transattivamente ogni pendenza o controversia pregressa tra parti sociali, imprese ed Eni.
Lo strumento da adottare è quello del contratto, che verrebbe stipulato dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare insieme alle entità economiche interessate, il cui contenuto diverrebbe, per così dire, partecipato, a seguito del diretto coinvolgimento di comuni, provincie e regioni ed anche delle associazioni e dei privati titolari di interessi nella trattativa.
Il sistema definito a livello governativo pone, però, talune obbiezioni, difficilmente trascurabili; il comma quinto dell'articolo 2, infatti, promulga una sorta di “condono tombale” riguardante l'obbligo di soprassedere su ogni contenzioso pendente, escludendo categoricamente “ogni ulteriore azione per il rimborso degli oneri di bonifica e di ripristino ed ogni ulteriore azione risarcitoria per il danno ambientale”.Utilizzando nessi lessicali lontani da quelli tipicamente legislativi può declinarsi un tale disegno secondo evidenti parametri: per escludere che la crisi, soprattutto occupazionale, possa pervenire a dimensioni ancor più drammatiche, ci si impone la rinuncia ad ogni forma di rivendicazione, anche se fondata su legittime spettanze come quelle concernenti le innegabili ripercussioni ambientali e sanitarie cagionate da cinquant'anni di presenza industriale in città, accettando veri e propri ultimatum scanditi da un “padrone” che altrimenti potrebbe decidere di chiudere definitivamente la propria valigia per trasferirsi presso lidi ben più felici ed accondiscendenti. Investimenti dimezzati rispetto a quelli fissati dall'accordo del 17 Gennaio 2008 possono prevalere su ogni forma di rivendicazione sociale e politica? Le risposte fino ad ora pervenute, sia, come ovvio, dalla parte sindacale proponente che dallo schieramento, praticamente compatto, di centro-destra, confermano la volontà di sostegno alla proposta. Gela rischierebbe, così, di conquistare un ruolo veramente poco invidiabile: quello di un'area franca ove il limite stabilito dalle norme possa essere scavalcato dai creatori di lavoro in assenza di una qualsiasi obiezione. Siamo sicuri che tutto ciò possa descriversi con il sostantivo “sviluppo”?


Autore : Rosario Cauchi

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