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Corriere di Gela | Sport a perdere
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notizia del 20/02/2011 messa in rete alle 16:24:12

Sport a perdere

Fino a qualche tempo fa, non molto distante negli anni, l'anima sportiva gelese continuava a sognare limitandosi a “vivere” di contributi e sponsorizzazioni da parte degli enti territoriali, vale a dire somme elargite più o meno regolarmente alle varie associazioni e realtà sportive.

Roba da dilettanti, insomma, senza per questo voler essere benché minimamente offensivi nell'affermarlo. Se un qualche timido e raro tentativo in tal senso nel passato c'era stato, solo recentemente qualcuno ha davvero pensato bene di provare seriamente a fare del vero professionismo sportivo con la convinzione, rivelatasi puntualmente errata, di poter fare anche da soli inizialmente, contando poi di poter godere di buona compagnia lungo il tragitto, nella presupposizione che altri, una volta convinti della bontà e della lungimiranza del progetto, si sarebbero accodati al trenino in corsa.

Capita, allora, di ritrovarsi nella pallavolo che conta, in virtù della partecipazione dell'Eurogroup nella prestigiosa Serie A2 maschile, a cui si affiancava nel frattempo il debutto ambizioso dell'Heraclea nella B2 femminile, tanto che far guadagnare alla città l'appellativo di «capitale del volley siciliano». Intanto, Gela tornava nella Terza serie professionistica di calcio, grazie all'oculata gestione amministrativa della proprietà del club biancazzurro, premiata con il “ripescaggio” nella Prima divisione Lega Pro.

E se nella pallacanestro, la C Dilettanti rimane una serie di tutto rispetto, è soprattutto il Basket Gela quella società che più di tutte può vantare un futuro “assicurato” o quasi, attraverso giovani di talento, gelesi doc, cresciuti in un fatiscente palestrone e capaci oggi di stupire in un vero palazzetto dello sport.

Accade pure che Gela se ne ritrova due di palazzetti, dove praticare lo sport ad alti livelli, nel volley (Pala Livatino di proprietà della Provincia) e nel basket (PalaCossiga di proprietà comunale). “Ci manca solo uno stadio di calcio degno di questo nome, nonché una piscina”: è sicuramente quanto in molti, a Gela, si sono chiesti nella storica estate passata. Invero, le condizioni per pensare finalmente in grande, per ipotizzare un anno “mirabilis” alla vigilia della stagione sportiva 2010-11, sembravano proprio esserci tutte. Invece, in corso d'opera ciò che sperimentiamo è ben altro. A profilarsi è anzi, lo spettro di un anno semmai “horribilis”.

In discussione non è tanto l'obiettivo della permanenza in categoria (volley maschile, calcio) o addirittura del salto di categoria (volley femminile, basket), quanto piuttosto la stessa sopravvivenza economica delle società interessate.

Ed allora, qui non si tratta più di svegliarsi dal sogno e tornare con i piedi per terra, ma di rischiare seriamente di sprofondare nel baratro. A ricordarcelo sono intervenute la crisi del Gela Calcio, seguita da quella dell'Eurogroup Pallavolo. In entrambi i casi le rispettive dirigenze sono tornate a lamentare lo scarso interesse della classe politica e, soprattutto, imprenditoriale e di essere, quindi, rimaste da sole. Quasi a catena, scopriamo che anche l'Eurogroup Basket non naviga in acque tranquillissime.

Il tema che ritorna è l'assenza di una cultura politica e d'impresa. Nell'era globalizzata, con le organizzazioni soggette e costrette ad apprendere cambiamenti continui ed inserita in veri e propri networks (reticoli) di relazioni reciproche, la cultura “tipo” di un'impresa gelese, pur nella diversità della forma societaria poi scelta, è sempre quella (salvo pochi e rari casi) di una semplice “ditta” con singolare vocazione alla “monocommittenza”. La mentalità è rimasta quella del disoccupato che s'è inventato imprenditore – facendo pure fortuna – e che bada più a conservare (non si mai!) che a creare, innovare e reinvestire, facendosi carico di altri obiettivi oltre al profitto nel calcolare il “rischio d'impresa”. Che interesse può avere a “fare sistema” con altri ed investire “responsabilmente” nello sport, dimostrando capacità etica di integrazione nel territorio in cui opera e lucra?

La questione non cambia se rapportata alla politica, in termini di ritorno elettorale (corrispondente al profitto d'impresa). Ma c'è anche un difetto di comunicazione su cui le società sportive, specie quelle professionistiche, non possono permettersi di abbassare la guardia.

Un difetto che reiterato può contribuire a conferire poco “appeal” al progetto sportivo stesso. Anche in questo si è professionisti. Non basta pensare che, il sol fatto di essere arrivati nel volley che conta o nell'anticamera del calcio che conta, basti a scatenare al tuo cospetto gli sponsors dell'isola, per non parlare del tuo comprensorio. Abbiamo visto che non è così.


Autore : Filippo Guzzardi

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