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Corriere di Gela | L’Italia della povertà e della morte
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notizia del 14/04/2013 messa in rete alle 15:18:23
L’Italia della povertà e della morte

Qualche mese fa sulle pagine di questo giornale scrissi che quando una nazione costringe i propri cittadini al suicidio, ecco che ci troviamo di fronte ad uno Stato assassino che ha fallito senza appello. E ha fallito due volte. In prima battuta perché non ha saputo dare ai cittadini gli strumenti (lavoro, assistenza sanitaria, servizi, etc..) capaci di assicurare a ciascuno una vita dignitosa e sicura come dovrebbe garantire la Costituzione ad ogni italiano. E poi, ha ancora fallito, quando da questi cittadini oppressi ha preteso attraverso tasse e balzelli un risanamento delle casse, depredate in eguale misura da politici, mafiosi, imprenditori e professionisti dell’evasione (le categorie le conosciamo bene tutti) nel corso dei decenni. Dunque ai più deboli il peso di dovere rimettere in sesto il debito pubblico. E per questo sono stati inventati metodi infernali (redditometro, studi di settore, etc.) da Santa Inquisizione, per colpire – si dice – l’evasione fiscale, ma che di fatto hanno colpito soltanto la povera gente.

Così, anche il nome “Equitalia” suona come una beffa, perché non capiamo dove sia l’equità in questo ente che toglie le case alla gente “morosa”, e parlo di tanti poveri cristi, di quelli che magari hanno faticato una vita per comprarsi una casetta, o hanno trascorso 30 anni all’estero a fare gli operai con il sogno di tornare un giorno nella loro amata Italia per costruirsi un tettuccio (come non ricordare a proposito il bel film di Vittorio De Sica Il tetto?). Invece, gli operai, gli imprenditori, i pensionati che in questo ultimo tragico anno sono stati costretti a gesti estremi, un tettuccio sulla testa – in molti casi – non l’avranno neppure da morti. E’ questo ad esempio il caso della famiglia di Civitanova Marche. Tre persone che hanno deciso di farla finita, e che per la loro estrema povertà sono stati sepolti a terra con una semplice croce a corredo della sepoltura. Certo, da “estinti”, conta poi poco essere sepolti in una modesta tomba o in una cappella gentilizia, e in questo aveva ragione Totò quando con la sua A livella ci dice come la morte tratti tutti alla stessa stregua, senza privilegi particolari. Ma alla morte bisognerebbe giungere attraverso la via più naturale che è la fine biologica di ciascuno, e non perché qualcuno ci ha tolto la serenità, la speranza, sino a guardare al suicidio come una liberazione.

E questo perché c’è uno Stato “ottuso” che terrorizza i cittadini con cartelle, ingiunzioni e via dicendo, una vera e propria barbarie dove gli onesti sono trattati come (e peggio) dei delinquenti. E questo mentre le imprese chiudono, mentre continuano i licenziamenti, e la “manfrina” dei partiti non porta alla costituzione di un nuovo governo. Non c’è quindi da scandalizzasi quando un sacerdote come don Enrico Torta, parroco di Dese (Venezia) parla della necessità di una vera e propria rivoluzione culturale che lasci ai ricchi il necessario per una vita dignitosa, anche comoda, ma che il di più va dato ai poveri.

Molti hanno interpretato le parole del sacerdote come un invito a rubare, perché rubare è sempre meglio che morire suicidi. Ma il prete parlava semplicemente di giustizia ed equità sociale, quella che in Italia rimane soltanto una bella utopia. D’altronde l’invito a rubare non sarebbe un buon consiglio non solo dal punto di vista etico, ma neppure da quello pratico. Chi nel nostro Paese ruba un chilo di pane per dare mangiare ai propri figli lo sbattono in galera e gettano via le chiavi, mentre chi ruba ingenti patrimoni o si macchia di efferati delitti il più delle volte la fa franca. Basta avere i danari per pagare un buon avvocato.


Autore : Gianni Virgadaula

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