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Corriere di Gela | Gela, teatro di miseria e nobiltà
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notizia del 03/04/2011 messa in rete alle 14:22:29
Gela, teatro di miseria e nobiltà

Da qualche mese un nostro concittadino, presumibilmente giovane, ha aperto su Facebook una pagina su Gela che è un po' il segno dei tempi, perché trasferisce sul web certi malumori che da molto tempo circolano nella pancia e nella piazza (anche televisiva) della città e che nel mondo di Facebook si diffondono con la rapidità di un'epidemia virale. La pagina ha significativamente come avatar identificativo uno dei manifesti pubblicitari, opportunamente ritoccato con la scritta "A Gela non c'è una beata minchia", del film Qualunquemente, che narra le imprese elettorali del famoso personaggio Cetto La Qualunque creato dal comico Antonio Albanese. Ebbene, fra gennaio e febbraio ha spopolato tra gli utenti gelesi di Facebook, nel senso che in molti l'hanno "condivisa" sul proprio profilo, una foto caricata su tale pagina che ritraeva una bella sala cinematografica ed era accompagnata dalla seguente didascalia ironica e amara: «Finalmente anche a Gela avremo un bel Cinema. Il Sindaco durante un'intervista ha detto la data degli Inizi x i lavori: 31 febbraio 2085!».

In tal modo anche la ciarliera piazza virtuale di Facebook ha ospitato l'espressione del sentimento di frustrazione che invade molti cittadini gelesi quando riflettono sul fatto che da alcuni anni sono costretti a vivere in una città che non ha più né un cinema né un teatro. Vale allora la pena chiedersi come si sia potuti arrivare a un tale degrado culturale e a un tale vero e proprio declino antropologico, visto che fino a non molti decenni fa la città ospitava diverse sale cinematografiche e almeno un paio di teatri.

Com'è cominciato tutto? Per misurare almeno approssimativamente l'abisso in cui siamo caduti, vorrei partire da lontano segnando col gesso uno dei vertici di civiltà e cultura raggiunti in passato dalla nostra città. Ai cultori di memorie patrie è ben noto il passo dell'anonima Vita di Eschilo (redatta presumibilmente in età tardo-ellenistica) in cui viene riferito che il grande tragediografo eleusino trascorse a Gela gli ultimi anni della sua vita. Tuttavia spesso ci si sofferma sull'epigramma che lo stesso Eschilo avrebbe scritto e che i cittadini di Gela avrebbero inciso sulla sua tomba, e non si sottolinea abbastanza il senso del passo che segue immediatamente dopo la citazione dell'epigramma: «Alla sua tomba andavano in visita tutti quanti dedicavano la loro vita all'arte tragica e là facevano sacrifici e recitavano drammi» (Vita di Eschilo, 11, in Eschilo, Le tragedie, Meridiani Mondadori 2003, p. 1223). Prescindendo dal problema dell'attendibilità della fonte, si noti lo straordinario quadro che emerge dalla notizia pur così scarna: a partire dalla metà circa del V secolo avanti Cristo, una categoria di cittadini di Gela non solo onorava la tomba di uno dei più grandi spiriti della storia umana (alcune delle cui idee sul divino, sul diritto, sulla guerra e sull'animo umano in generale costituiscono le radici migliori della civiltà occidentale) ma dava vita a una vera e propria tradizione teatrale ispirata foscolianamente dal sepolcro di Eschilo; circostanza, questa, sul cui enorme significato culturale è inutile spendere altre parole.

Circa venticinque secoli dopo, nell'agosto del 1963, uno dei più grandi pensatori del Novecento, il franco-rumeno E. M. Cioran, in viaggio verso la Valle dei Templi di Agrigento, capitò per caso a Gela e così annotò sul diario: «Eschilo è morto a Gela, in Sicilia; non so che aspetto avesse quella città nei tempi antichi; in compenso so che è la città più orribile che abbia mai visto. Per colpa sua mi è stato impossibile andare ad Agrigento. Siccome avevo perso la coincidenza, sarei stato costretto a passare lì la notte. Cosa che mi è parsa inconcepibile» (Quaderni 1957-1972, Adelphi 2001, p. 195). Cos'era successo a questa città? Si noti che Cioran non capitò in un paesino sperduto e sconosciuto, perché in quegli anni Gela era al centro dell'attenzione nazionale per via del petrolio e dello stabilimento petrolchimico e appena venti anni prima era stata tra i teatri principali dello sbarco degli angloamericani in Sicilia, uno dei momenti cruciali della Seconda Guerra Mondiale. E allora? Come è potuto succedere che la città in cui Eschilo aveva ravvivato una tradizione teatrale finisse per fare schifo persino a un filosofo nato e cresciuto povero nella campagna più profonda e arretrata della Romania, la stessa terra da cui oggi provengono molti dei disperati in cerca di un lavoro che anche Gela ospita? Un indizio per capire può fornircelo un aneddoto sulla statua di Eschilo che dal 2005 accoglie i visitatori all'entrata del Museo Archeologico, opera di uno scultore greco finanziata dal Rotary Club e dal Comune. Pare che all'indomani dell'inaugurazione siano stati trovati dei fiori ai suoi piedi, ma i pii cittadini autori del gesto non intendevano certo omaggiare il sommo tragediografo: lo avevano scambiato per Padre Pio. Ora, un aneddoto del genere, sulla cui fondatezza non potrei giurare, è così illuminante da permetterci di chiudere il cerchio aperto con il riferimento alla tomba di Eschilo e passato per l'orrore che la città suscitò in Cioran nel 1963. Sui meccanismi socio-culturali e politici che hanno portato così in basso il grado di civiltà della nostra città vorrei avanzare un'ipotesi. Mi guardo bene qui dall'attribuire esclusivamente alla classe politica la responsabilità di tutto, perché è chiaro che nel corso del tempo essa stabilisce un rapporto di coevoluzione con la società civile, ovvero con gli elettori. Il terreno di coltura che ha portato Gela, e più in generale il Sud, a secernere la classe politica che ha va individuato nelle strutture mentali e comportamentali che un cattolicesimo degenere, sostanzialmente miracolista, fatalista, superstizioso e parassitario, ha inoculato nelle persone di generazione in generazione, come notano anche i grandi scrittori esperti di sicilitudine, da Pirandello a Camilleri, passando per Sciascia. Per fare solo un esempio, si veda come Pirandello, ne I vecchi e i giovani (I, VI), descrive il clima elettorale nella Girgenti dei primi anni Novanta dell'Ottocento in cui la ciarlataneria "s'era camuffata decorosamente da prete" e veniva sparsa in giro con l'aspersorio sotto forma di tedio: «Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro». Parole, queste, che, com'è evidente, descrivono in maniera implacabile anche il nostro presente, in cui il cittadino-tipo, dimenticatosi di Eschilo, rende un omaggio devoto e contrito a un ciarlatano pugliese senza pensiero, ma in compenso così pieno di vacuo spirito aereo da profumare di santità.

Questo cittadino-tipo, semianalfabeta, passivo, economicamente povero ma ricco di speranze ultraterrene, soprattutto se si concretizzano nella possibilità che un politico o un prete diano una mano d'aiuto, nel corso del tempo ha selezionato un politico-tipo perfettamente adattato all'ambiente, che oscilla tra il perseguimento di un miserrimo tornaconto personale e la disponibilità a venire incontro in maniera clientelare ai bisogni elementari (il pane, l'acqua) del primo, il quale, quindi, è indotto a chiedere esattamente quello che qualunque mediocre di potere è in grado di far sperare. Il libero voto d'opinione, nel Sud (e soprattutto in una città sudamericanizzata come Gela), diventa così un'eccezione, perché il tessuto socio-culturale e il mercato del lavoro (la precarizzazione, la disoccupazione cronica, il basso livello medio di istruzione, ecc.) si sono strutturati in maniera tale che il voto è in buona parte impacchettato. Dalle nostre parti soprattutto, i politici, come dei âiãikov gogoliani, sono proprietari di interi blocchi di voti di anime morte (ovvero uccise dal bisogno, dal "tengo famiglia"), al punto che, come notava già Pippo Fava, essi sono i più potenti al mondo (nell'ambito delle democrazie occidentali avanzate) in quanto hanno in genere un consenso basato non sulle idee o i programmi ma sui favori elargiti o soltanto promessi, e gli elettori li seguono elettoralmente ovunque vadano a posizionarsi. E addirittura i blocchi di voti si possono anche trasferire dall'uno all'altro, com'è tristemente noto.

Come se ne esce? L'esempio del cinema e del teatro dal quale siamo partiti, che si inserisce nel quadro più generale della mancanza a Gela di veri spazi aggregativi e di centri di elaborazione e consumo di cultura laica e civile, serve a suggerire ai giovani che esprimono le loro lamentele che il punto di partenza per un'inversione di tendenza è la scommessa sull'istruzione, sull'emancipazione intellettuale ed economica e sull'idea che per selezionare una classe politica meno gretta e miope occorre innanzi tutto abbandonare quell'inerzia spirituale che induce a concepire la politica come il luogo non della progettazione di una cosa pubblica che vada a vantaggio della collettività ma della mera elargizione di favori personali. Finché si continuerà a chiedere passivamente alla classe politica il soddisfacimento di bisogni primari ed egoistici, questa continuerà a riprodurre e a perpetuare la propria mediocrità, popolando le istituzioni di cloni di Cetto La Qualunque e la città di individui che evadono nel sogno di imitarli.


Autore : Marco Trainito

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Autore: Letizia 
data: 06/04/2011
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