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Corriere di Gela | Chi detta i tempi è la raffineria
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notizia del 05/03/2011 messa in rete alle 13:04:25
Chi detta i tempi è la raffineria

L'accordo c'è e per molti versi è sostanziale, concreto. Per altri versi non proprio. A sottoscriverlo, ad inizio settimana, sono stati la Raffineria e le rappresentanze sindacali del “diretto”. Rimangono alla finestra, almeno per ora, l'indotto e chi ne dovrebbe rappresentare gli interessi, così come gli enti esponenziali per eccellenza del territorio, quali sono appunto le istituzioni locali: il che, in questa fase ci può pure stare, ma qualora nella partita che si giocherà lungo il triennio che porta al 2013, sebbene in realtà si sconfina nel 2014, gli esclusi di oggi non scenderanno in campo nemmeno domani, diciamolo da subito, ci sarà solo da recitare il «mea culpa».

All'attacco in posizione di forza. L'accordo c'è, innanzitutto, perché a dettare i tempi è ancora una volta la Raffineria. Dopo aver tirato a lungo la corda per ottenere (riuscendoci), dapprima, le necessarie autorizzazioni del Ministero dell'Ambiente in tema di bonifiche nonché, successivamente, la concessione ventennale e la corsia preferenziale in ordine all'iter amministrativo concessi dalla Regione Sicilia per quanto concerne il porto isola, la Raffineria spinge all'attacco e chiude con i sindacati in una posizione di forza, avendo incassato in precedenza quanto già chiedeva. Al riguardo, l'accordo di lunedì scorso richiama il protocollo d'intesa firmato con la Regione a Palermo qualche settimana prima solo nel punto relativo alla diga foranea, confermando quanto di meramente propagandistico c'era nella conferenza stampa indetta a margine dal presidente Lombardo.

Nessun cenno, neanche il minimo, né esplicito (non ce l'aspettavamo), né implicito (non ci sembra di scorgerne, tra le righe), a «royalties», ritorni milionari in termini di gettito fiscale, progetti di autostrade o scorrimenti veloci e quant'altro.

Difesa con ordine. L'accordo c'è ed è concreto in molti punti, anche perché il sindacato nel difendersi come può, sembra ancora riuscirci con ordine. Sarà, nell'immediato futuro, difesa ad oltranza? O magari ci sarà qualche contrattacco? Lo scopriremo col tempo. Molto dipenderà, infatti, da come si svilupperanno certe situazioni. A quanto apprendiamo dall'accordo, ad esempio, le sigle confederali hanno accettato (finalmente) la sfida con l'azienda sul terreno dell'assenteismo, ma la forte impressione è che giocheranno a viso aperto nella disputa relativa alla «lean organization» (organizzazione snella) a cui non potevano più sottrarsi. E capiremo se, nel triennio preso in considerazione, i 400 tesserini Eni in meno ai tornelli d'ingresso, saranno “esuberi” ovvero “razionalizzazioni” (per qualcuno, “ottimizzazioni”) della pianta organica. A parte gli strumenti della esternalizzazione, del pensionamento, della mobilità peninsulare, o addirittura estera, ci sarà “confronto” area per area, posizione per posizione, unità per unità, con rsu e tecnici a supporto seduti nel tavolo. Alla fine si traccerà il bilancio, anche e soprattutto al cospetto dell'opinione pubblica. Nel frattempo, la rinnovata “triplice” incassa quanto chiedeva circa la diga foranea e la centrale termoelettrica: vale a dire condizioni senza le quali si sarebbe arrivati al classico punto di non ritorno. Inoltre, ottiene un tavolo permanente di monitoraggio, a cadenza semestrale. Qualcosa si muove. Dal verbale di accordo si evincono investimenti pari a 210 milioni per la centrale termoelettrica (copertura parco coke, ristrutturazioni caldaie pet-coke, manutenzione straordinaria Tac, nuova sala controllo); 140 milioni (di cui 70, come anticipato sopra, nel 2014) per quanto concerne la logistica a mare (diga foranea); 50 milioni per la logistica a terra (doppi fondi per l'ottanta percento dei serbatoi disponibili ed un nuovo stoccaggio greggi) oltre a quanto previsto per la bonifica delle relative aree; 44 milioni in termini di miglioramento tecnologico (nuovo impianto Claus) anche qui con annessa bonifica dell'area interessata; 30 milioni per impianti più affidabili (FCC: 12 milioni; Cocking 2: 18 milioni). A ciò vanno aggiunti 50 milioni di euro, per ogni anno del piano, destinati alla manutenzione (straordinaria, stay in business e routine). Delle “fermate” ne “beneficerà” ovviamente l'indotto, ma da qui a “goderne”, volendo rimanere realistici - e non potrebbe essere altrimenti oggi -, è un altro conto. L'Eni conferma che lo stabilimento e quel che rimane dell'ex petrolchimico ha due marchi distintivi: il cane a sei zampe ed il «pet-coke». Oltre al superamento del periodo di criticità del sito e ad un suo ritorno in quanto a competitività ed efficienza produttiva, fermo restando l'obiettivo dell'incremento del margine di contribuzione e della riduzione dei costi così come dei consumi, gli interventi sopra enunciati sono improntati ad una “sana politica ambientale” ed a tale scopo rispondono, altresì, alcune sperimentazioni pilota che il sito ospiterà in fase di ricerca (microalghe per produzione «biofuel», recupero idrocarburi attraverso trattamento terreni con tecnologia «ensolvex» per bonifica, riduzione emissioni di CO2 in atmosfera attraverso riutilizzo anidride carbonica).

Una città di spettatori. Sul mantenimento di una soglia eco-ambientale accettabile prodotta dall'attività dello stabilimento, pertanto, potremmo concludere affermando che l'Eni, evidentemente, chieda o, più semplicemente, comunichi al territorio dove insiste ed opera di “fidarsi”. Potremmo anche asserire che non lo chieda affatto, semplicemente perché a rigore non ne è tenuto. Esistono normative a cui uniformarsi ed una magistratura preposta a vigilare, obbligata per legge a non abbassare mai la guardia. In ogni caso, di aperture a confronti con il territorio sui controlli, non c'è la minima indicazione. Quei pochissimi che ci speravano rimarranno forse delusi. Infine, la Raffineria si dice disponibile a “discutere” sul riutilizzo delle aree dismesse anche da parte di altre imprese, di modo che ci siano in qualche modo ricadute positive sul versante occupazionale; nonché a valutare la fattibilità di progetti sul versante del «welfare», fornendo il proprio «know how», se richiesto. Oltre a ciò, il mangement locale del colosso petrolifero non va. Del resto, è proprio questo il punto su cui la città deve incominciare ad interrogarsi a dovere, senza certe interpretazioni di comodo, una volta per tutte. Il compito spetterebbe al “gotha” della classe dirigente cittadina, tanto politica quanto imprenditoriale, che non può più limitarsi a fare da spettatore.


Autore : Filippo Guzzardi

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