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Corriere di Gela | Petrolio e Veleni/Dall’inchiesta de L’Espresso all’incidente ambientale all’Eni
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notizia del 08/06/2013 messa in rete alle 12:41:21

Petrolio e Veleni/Dall’inchiesta de L’Espresso all’incidente ambientale all’Eni

Grosse quantità di petrolio fuoriuscite dall’impianto Topping1 si sono sversate martedì mattina scorso sul canale di scarico delle acque di raffreddamento che costeggia la raffineria raggiungendo la foce e proseguendo a raggiera per centinaia di metri lambendo una parte di mare. Fortunatamente si è scongiurato il disastro ambientale per il tempestivo intervento della Capitaneria di porto che ha disposto l’utilizzo di bande galleggianti per arginare l’espandersi del greggio, sferrando una lotta contro il tempo con i mezzi rudimentali a loro disposizione impiegando anche delle idrovore per recuperare il petrolio galleggiante. Un odore pungente di idrocarburi ha invaso tutta l’area interessata dall’inquinamento che è durato sino al primo pomeriggio. La prima ad intervenire subito dopo l’allarme è stata la sicurezza dell’azienda, mentre tempestivamente i tecnici della manutenzione hanno provveduto a bloccare la fuoriuscita di greggio che riversatosi in mare aveva già procurato danni alla flora e alla fauna.

Per gli ambientalisti Di Blasi e Amato si tratterebbe di vero «disastro ambientale». Il tipo di materiale chimico utilizzato per sciogliere gli idrocarburi, a giudizio di Di Blasi, creerebbe più danni in quanto il problema è parzialmente risolto a livello solo visivo. Ci è sembrato di capire che i solventi chimici impiegati avrebbero purtroppo gravi ripercussioni sulla fauna marina perchè intaccherebbero la catena alimentare, con inevitabili effetti dannosi sulla salute umana facilmente prevedibili. Fortunatamente si è trattato di una area circoscritta e limitata che potrebbe essere bonificata nel breve volgere di tempo. Grave l’accusa rivolta ai vertici della Raffineria che – secondo Di Blasi – sarebbe priva di mezzi di tutela ambientale. Critiche anche da parte dell’associazione “Amici della terra” sulle modalità di intervento.

«Quanto è accaduto – afferma Giovanni Iudice – è di proporzioni immani. Questo è un disastro che non possiamo sopportare come cittadini. Vedremo poi alla resa dei conti quanto l’Eni pagherà alle casse comunali. E’ assurdo vedere come l’Eni non abbia personale specializzato nel disporre le barriere. E’ allucinante quello che ho visto. Persone a dorso nudo che vanno ad applicare le barriere di protezione».

La magistratura e la Raffineria stanno accertando la causa dell’incidente che mai prima d’ora si era registrato. Errore tecnico o umano? Lo si appurerà a conclusione delle indagini avviate dalla polizia giudiziaria della Capitaneria di porto.

«Siamo intervenuti subito – ha detto il procuratore capo Lucia Lotti. – In questo momento l’impianto topping è chiuso. Il nostro compito è quello di individuare subito tutte le responsabilità. C’è stato sicuramente qualcosa che non ha funzionato ma anche qualcosa che non ha funzionato negli interventi. Dobbiamo capire che cosa».

Il caso ha voluto che l’immagine dell’accaduto era ben rappresentata nella contestata foto pubblicata su L’Espresso la scorsa settimana, che rappresentava lo stesso tratto di spiaggia. Il governatore Crocetta, appena informato della circostanza ha immediatamente convocato a Palermo i vertici della Raffineria per avere una conoscenza approfondita dell’evento, ma anche per conoscere i progetti dell’azienda petrolifera e come essa è organizzata in fatto di controllo, manutenzione degli impianti e sicurezza.

Il sindaco Angelo Fasulo nella stessa mattinata si è recato sul posto per vedere di persona la gravità della situazione.

«Questi incidenti non dovrebbero accadere – ha detto rispondendo alle domande dei cronisti – ma quando ci sono dobbiamo intervenire subito e monitorarli. Mi dicono che l’intervento è stato immediato e circoscritto e questa è una buona cosa. Solo a conclusione delle operazioni di bonifica potremo valutare l’entità dei danni. Per ora possiamo dire che si è fatto un buon lavoro. Il danno è circoscritto. Tempo permettendo possiamo fare i bagni perché il mare di Gela è sicuramente pulito».

Documenti/1- Il reportage dell'Espresso sull'Eni.

Il sindaco Fasulo: «Basta coi sensazionalismi. Sì alle inchieste ma siracconti la realtà dei fatti»

«Senza voler entrare nel merito dell'articolo che fa passare per scoop dei dati che negli anni sono stati forniti più volte e che sono il principale motivo per il quale in questi anni Amministrazione e Procura hanno lavorato fianco a fianco per garantire la tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini, sono francamente dispiaciuto per l'ennesimo tentativo della stampa nazionale di far passare questa città come una terra dimenticata da Dio. Prova ne è il fatto che, a corredo dell'articolo, sono state pubblicate foto di non so quanti anni fa. Basta paragonarle alle foto scattate dalla Procura oggi nello stesso luogo raffigurato nel reportage».

È dura la reazione del sindaco di Gela Angelo Fasulo dopo aver letto l'inchiesta dal titolo "Veleni, Gela come Taranto" che il settimanale L'Espresso ha pubblicato nel numero di questa settimana.

«Sappiamo benissimo i danni che l'industria ha causato in termini di salute ed ambiente al nostro territorio e, di certo, non ci sogniamo minimamente di assumere la difesa d'ufficio della Raffineria -prosegue il primo cittadino- In questi anni ci siamo mossi per far sì che ci sia un rapporto chiaro con lo stabilimento, soprattutto per quel che riguarda le procedure di sicurezza e il rispetto dei parametri fondamentali, per chiarire una volta per tutte che non può esserci conflitto tra occupazione e tutela della salute. Siamo stati la prima Amministrazione che abbia deciso di costituirsi parte civile in processi di materia ambientale, abbiamo ottenuto il rilascio dell'AIA (Autorizzazione Ambientale integrata) che ha cambiato radicalmente il rapporto Eni-territorio e, grazie alla quale ci saranno sempre più investimenti per le bonifiche e controlli sempre più serrati. Sono già stati investiti centinaia di milioni di euro per gli ammodernamenti e la sicurezza degli impianti e altri ne arriveranno. Ma tutto questo nell'articolo passa in secondo piano. Si punta tutto invece su un titolo ad effetto e su una foto a tutta pagina che non rappresenta in alcun modo la realtà odierna dei fatti, causando alla città un gravissimo danno d'immagine. Credo che Gela, una città che ha pagato e che continua a pagare un prezzo altissimo all'industrializzazione, non meriti questa continua gogna mediatica nazionale -ha concluso il sindaco Fasulo – Ho grande rispetto del giornalismo, soprattutto di chi fa inchiesta, ma allo stesso modo gradirei che si avesse rispetto della verità dei fatti. A tal proposito stiamo già valutando di tutelare l'immagine della città in tutte le sedi opportune.

Ufficio stampa del Sindaco, 4 giugno 2013

Documenti/2 - Il procuratore Lotti, «La spiaggia di Gela e la sua rappresentazione»

Ho letto con interesse il pensiero di Emiliano Fittipaldi su Visionedioggi.it alla luce del dibattito seguito alla pubblicazione sull’Espresso del suo reportage su Gela. Non rientra tra i compiti della Procura della Repubblica commentare articoli di stampa, a maggior ragione se riguardano dati o fatti di interesse per indagini o procedimenti in corso. Tuttavia, poiché il mancato commento ha suscitato stupore, è opportuno sgombrare il campo da possibili equivoci, per quanto il mio ruolo e lo stato delle indagini possano consentirlo.

Temi così gravi e complessi come quelli affrontati nell’articolo impongono al magistrato lunghi e faticosi percorsi di analisi e ricostruzione e un notevole impegno di tempo, energie, risorse, determinazione. Tanto più quando sono in gioco beni giuridici primari e si toccano destini di intere collettività.

Nella modestia di un ufficio di periferia – cinque sostituti, per tre anni con scoperture tra il 40% e l’80% e per diversi mesi rappresentato dalla sola sottoscritta – questo è ciò che si cerca di fare e di portare a buon fine: indagini approfondite e rigorose ed esercizio dell’azione penale con prove che non temano smentite e che, dunque, si traduca in tutela effettiva di quei beni giuridici.

Non so se il giornalista sia venuto a Gela per preparare il reportage, forse però una permanenza in città adeguata al livello delle sue problematiche avrebbe consentito di arricchire il quadro delle informazioni, ad esempio scoprendo che buona parte dei dati pubblicati, in particolare quelli sulle malformazioni, sono frutto di anni di faticoso e impervio lavoro proprio di questa Procura della Repubblica e dei suoi consulenti. Nulla vi era quando il lavoro è cominciato, nessun registro, nessun dato, nessuna testimonianza. E ora è proprio questo il lavoro oggetto del vaglio da parte di un collegio di periti per stabilire la riconducibilità dei casi individuati all’alterazione delle matrici ambientali derivante dall’esercizio delle attività produttive insediate dagli anni sessanta nel perimetro del petrolchimico.

Ad ancora si poteva apprendere che sull’impianto clorosoda e sugli effetti delle lavorazioni è stato raccolto, sempre da questo ufficio, con un esercito di ben due unità di polizia giudiziaria, un materiale imponente, che vede oggi un incidente probatorio in via di conclusione sulle malattie professionali contratte e sulla loro origine, con 17 indagati e 117 persone offese.

Analogamente, sempre con il folto esercito, si è proceduto e si sta procedendo alla ricostruzione della vita lavorativa e delle patologie di decine di ex-dipendenti della raffineria e di numerose ditte dell’indotto potenzialmente derivanti dalla inalazione di fibre di amianto. E non sfuggono neppure, in alcun momento, i dati epidemiologici, dove possono costituire traccia o innesco o componente di un quadro di possibile e concreto rilievo penale. Si sarebbe potuto documentare, inoltre, come ad ogni processo in aula – che già di per sé non è una esercitazione accademica: si tratta di incendi, sversamenti, omesse bonifiche, infortuni sul lavoro, danneggiamenti all’habitat, violazioni delle norme sui rifiuti etc. – abbiano corrisposto precedenti interventi dell’ufficio inquirente mediante sequestri, con conseguenti bonifiche di diverse aree pesantemente inquinate.

Per render chiaro, poi, come la doverosa azione dell’organo inquirente non risenta metodologicamente di visioni parcellizzate o episodiche, si poteva apprendere che a breve vi saranno i risultati di un altro incidente probatorio, appunto chiesto dalla Procura, con cui si mira a stabilire lo stato delle falde acquifere sottostanti all’intero parco serbatoi della raffineria ipotizzando l’inquinamento perdurante nonostante adeguamenti effettuati nel corso del tempo.

Ed ancora sono stati acquisiti ed incrociati, per il vaglio dibattimentale, tutti i dati direttamente o indirettamente riconducibili alle emissioni in atmosfera provenienti dalla centrale termoelettrica, dalle torce di raffineria, da altri camini, dalla propagazione delle polveri di pet-coke, delle ricadute nell’ambiente circostante ed al vaglio sono i possibili effetti patogeni sull’ambiente e sull’uomo. Materiale questo messo peraltro a disposizione degli organi pubblici e del Ministero dell’Ambiente per le valutazioni di competenza.

E’ dovrebbe mancare, poi, la consapevolezza che il risanamento del territorio imporrebbe sforzi di portata ben più ampia?

Altro vi sarebbe da aggiungere, ma non è ora possibile.

Non è dunque per sottovalutare quanto riportato nel testo dell’articolo che l’attenzione critica si è appuntata sull’immagine della devastata spiaggia di Gela. Immagine che, senza data o indicazione di eventi, reca in calce la frase lapidaria: “La spiaggia di Gela, sullo sfondo l’impianto dell’Eni”.

Ora apprendiamo che è una foto del novembre 2010 (verosimilmente dopo una mareggiata) e che “la sabbia è nera non perché c’è petrolio ma perché la sabbia bagnata impressa su pellicola viene nera” (ma no?).

Io ed i colleghi francamente non ce ne eravamo accorti e neppure la polizia giudiziaria che lavora con noi e abbiamo pensato ad un grave sversamento in mare di idrocarburi. Così ci siamo domandati: quando è avvenuto questo fatto? Possibile che non ce ne siamo accorti? Siamo forse davvero disattenti di fronte a simili disastri?

Credo che, come noi, tutti coloro che, in Italia e nel mondo, hanno aperto il giornale, abbiano più o meno pensato la stessa cosa, che quella è – oggi – la spiaggia di Gela: petrolio, catrame, rifiuti. In piena sintonia con l’evocazione di un luogo senza appello, senza futuro, abbandonato a se stesso, pattumiera della mente e della storia.

Il fatto è che, in questo luogo che sembra non aver diritto ad alcun secondo tempo, le persone non sono solo componenti di calcoli statistici. Noi viviamo qui, i problemi, i drammi, la complessità di ogni questione li tocchiamo con mano e, doverosamente, in sordina e senza lamentele si lavora, ciascuno con i propri strumenti e le proprie forze, cercando di dare risposte a chi, per legge, deve averle e di contribuire anche, perché no, a costruire scenari diversi da quelli prodotti dai tanti disastri della storia che qui si sono prodotti.

Nel mentre si sta cercando di lavorare e costruire e forse anche per questa ragione, accade che la spiaggia di Gela, oggettivamente, non sia quella della fotografia o non sia quella che si vuol far credere che sia.

Il tempo passa e a volte non passa invano.

Se l’intento, senz’altro lodevole, era di far si che l’attenzione per Gela fosse maggiore (certo che merita più attenzione!), mi chiedo qual è il beneficio, quale il valore aggiunto che questo territorio ricava dall’essere raffigurato nel modo in cui è stato fatto. Sinceramente non lo comprendo e ho ritenuto di sottolinearne l’intima ingiustizia. Forse è per abito mentale: la divergenza tra la realtà e la sua rappresentazione, nel mio lavoro, è fatale, fa perdere i processi. Ed anche Gela, con questa divergenza, ha perduto qualcosa, qualcosa che l’autore dell’articolo forse non conosce.

Lucia Lotti, Procuratore capo di Gela, 3 giugno 2013

Documenti/3 - Sicilia. Crocetta convoca Eni per affrontare problemi ambientali e di sicurezza presso raffineria di Gela

Palermo 4 giugno 2013. “L'ennesimo episodio di sversamento a mare di petrolio proveniente dalla raffineria di Gela, all'indomani di una giunta di governo che proprio a Gela ha stabilito di potenziare nelle aree industriali siciliane le strutture di prevenzione sanitaria e cura sulle malattie tipiche dell'industrializzazione, obbliga il governo della Regione ad elevare il livello di soglia dei controlli da effettuare in quei siti. Lo ha detto in una nota il presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta. Ritengo – continua il governatore - che in questi siti bisogna organizzare in loco task force specifiche composte da Arpa, Genio civile, Asp e uffici ambientali delle province, per esercitare un'azione continua e costante di controllo. Da tempo, per Gela, sono state concesse le autorizzazioni ambientali, regionali e nazionali, necessarie per rafforzare la sicurezza degli impianti. L'Eni ha sempre assicurato che tali investimenti sarebbero stati realizzati al più presto possibile, mentre non si riesce ad avere un crono programma preciso. I gruppi industriali petroliferi – prosegue il presidente – dovrebbero cominciare a dirci con chiarezza cosa intendono fare rispetto a impianti che hanno bisogno di tanti investimenti e manutenzioni straordinarie, per renderli compatibili con il rispetto dell'ambiente e la sicurezza e la salute dei cittadini.

Convocherò – conclude il governatore - immediatamente l'Eni, l'Asp, l'Arpa, l'assessorato alla Salute e al Territorio e Ambiente per giovedì prossimo, per approfondire le ragioni di questo ennesimo incidente ambientale, su quali investimenti immediati intende promuovere la raffineria per risolvere la situazione in maniera definitiva”.

Rosario Crocetta, presidente Regione Sicilia, 4 giugno 2013

Documenti/4 - Il procuratore Lotti: «Si procede per

i reati contro ambiente e per danneggiamento aggravato e disastro colposo».

Ad iniziare dalle ore 6 circa di oggi 4 giugno 2013 si è verificata la fuoriuscita di ingenti quantitativi di idrocarburi, in particolare greggio emulsionato con acqua, dall’impianto Topping1 della Raffineria di Gela, situato in isola 7 nei pressi di un canalone interno al perimetro dello stabilimento che sfocia nel vicino fiume Gela.

L’impianto Topping1 è destinato alle prime fasi del processo di raffinazione del greggio, che vi affluisce dal parco generale serbatoi. Il medesimo impianto era stato rimesso in funzione da circa una settimana dopo un fermo di 11 mesi derivante dal blocco temporaneo di due linee di lavorazione.

Il prodotto idrocarburico è uscito dallo scarico dell’impianto che normalmente convoglia l’acqua residua del processo di lavorazione del greggio.

Lo sversamento è continuato per circa un’ora, fino al momento in cui l’impianto non è stato del tutto fermato.

Secondo una prima stima – prudenziale – il quantitativo di prodotto idrocarburico fuoriuscito si può ritenere non inferiore ad una tonnellata.

Sul luogo è intervenuto prontamente il personale della Capitaneria di Porto e il personale della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica. Immediati gli accertamenti per stabilire con precisione la sequenza degli eventi che hanno provocato l’ingente sversamento.

Sulla base dei primi dati emersi, l’evento è dipeso da varie concause – tecniche e di comunicazioni tra impianti – che hanno determinato l’alterazione dei processi all’interno del Topping1 e la mancata separazione tra greggio e acqua. Si è accertata la rottura di uno scambiatore asservito all’impianto, rottura che ha poi provocato la fuoriuscita dell’emulsione (misto di acqua e greggio) dallo scarico. Si è registrato, inoltre, il mancato funzionamento della valvola di sicurezza destinata ad impedire la fuoriuscita dell’emulsione stessa, nonché il difetto, nel loro complesso, delle manovre di sicurezza. Solo il fermo totale dell’impianto, avvenuto a distanza di circa un’ora dal verificarsi del problema, ha posto fine allo sversamento.

L’inquinamento del prodotto idrocarburico fuoriuscito – sostanza densa e galleggiante – ha interessato il fiume Gela per diverse centinaia di metri, dallo sbocco del canale A fino alla foce e tratti mare – in via di esatta individuazione - dello specchio antistante la stessa foce del fiume.

L’impianto Topping1 è stato posto sotto sequestro per esigenze probatorie e di cautela. In relazione ai fatti di inquinamento delle acque e dell’habitat del fiume, si procede per i reati previsti dal codice dell’ambiente, nonché per danneggiamento aggravato e disastro innominato colposo.

Lucia Lotti, procuratore di Gela, 4 giugno 2013, ore 13,25

Documenti/5 - Capitaneria di porto – Inquinamento da idrocarburi della foce del fiume Gela

Intorno alle ore 06,30 è pervenuta una segnalazione, a cura della Raffineria di Gela, riguardo uno sversamento di prodotto di tipo idrocarburico fuoriuscito dalla condotta di scarico di un impianto in prossimità del canale “A” confluente nel fiume Gela.

Immediatamente, dalla sala operativa della Capitaneria di porto di Gela si è avviata la procedura prevista dal “Piano operativo di pronto intervento locale per fronteggiare gli inquinamenti del mare da idrocarburi” con l’invio sul posto di una squadra via terra e l’impiego, in zona, delle dipendenti motovedette cp 722 cp 516. Da una prima valutazione l’estensione in superficie inizialmente interessata dello sversamento risultava avere un raggio di circa 500 metri dalla foce del fiume Gela. Pertanto in linea a quanto previsto dal piano operativo di pronto intervento locale, si è proceduto a diffidare formalmente la Raffineria di Gela a porre in essere tutti i provvedimenti idonei ad evitare l’ulteriore sversamento e a limitare il più possibile gli effetti di quanto già sversato. A tal riguardo, pertanto, al fine di fronteggiare il contenimento e il successivo disinquinamento sono stati impiegati mezzi nautici dei concessionari del servizio antinquinamento e disinquinamento del porto e della rada di Gela a cura della ditta Lorefice & Ponzio con altre 4 unità ed ulteriori mezzi navali da parte del locale gruppo ormeggiatori e barcaioli, del servizio integrativo antincendio della società Archimede Srl, della società Eureco Srl con 4 unità; inoltre, ad integrazione dei mezzi suddetti è stato predisposto l’impiego del mezzo nautico “Eco Augusta 2000” della società Castalia dislocato nel porto di Licata poichè in possesso di caratteristiche tecniche adeguate al contenimento ed al recupero del prodotto sversato.

A seguito dei predetti interventi di bonifica, lo sversamento risulta contenuto all’interno dei 100 mt. dalla foce ed è circoscritto attualmente da panne galleggianti.

Per monitorare al meglio sia le operazioni di contenimento e bonifica che l’estensione effettiva dello sversamento si è ritenuto utile l’impiego specialistico di un Atr 42 della base aerea Guardia Costiera di Catania che con ripetuti passaggi ha fornito dati concreti relativi all’effettiva situazione in atto. Risulta in atto la bonifica dell’alveo del fiume interessato a cura della Raffineria di Gela mediante l’impiego di mezzi tipo autospurgo.

Le operazioni di contenimento sono state effettuate mediante l’impiego della stesura di una prima fascia di panne galleggianti ed assorbenti a circa 100 mt. dalla foce del fiume Gela. A circa 500 mt. una seconda fascia di panne galleggianti idonee a contenere il residuo specchio acqueo interessato da iridiscenza. Le operazioni di bonifica, anche dell’alveo del fiume Gela, attualmente in corso, proseguiranno incessantemente anche durante le ore notturne mediante i mezzi autospurgo muniti di idonei aspiratori.

A seguito dei provvedimenti appena descritti e con i mezzi impiegati si è riusciti ad impedire che il prodotto sversato si disperdesse lungo il litorale di Gela, evitando di conseguenza, che l’inquinamento interessasse chilometri di spiaggia frequentata in questi giorni da numerosi bagnanti.

Guardia costiera - Capitaneria di Gela, 4 giugno 2013, ore 19,23

Documenti/6 - Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil: «Non tutte le attenzioni sono state attuate»

Riteniamo grave e non giustificabile il disservizio avvenuto nella mattinata di oggi con lo sversamento di prodotti inquinanti nel canale interno alla raffineria ed in parte nel fiume Gela e a mare. Non e' ammissibile una perdita di prodotto in uno scambiatore che, (dalle prime notizie in nostro possesso) pare sia stato manutenzionato durante il periodo di fermata.

Questo evento dimostra che non tutte le attenzioni sono state attuate per evitare danni e disservizi duante la rimessa in produzione delle linee. Per tale motivo chiediamo all'azienda un'incontro con la struttura sindacale per un confronto su quanto avvenuto. Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil provinciali, 4 giugno 2013, ore 9,07

Documenti/7 - Ugl – Chiediamo incontro ad azienda

Quanto accaduto alla raffineria di Gela è grave ed inaccettabile. Vogliamo capire cosa sia realmente successo per questo chiediamo all’azienda l’immediata convocazione di un incontro. Lo dichiara in una nota il segretario provinciale dell’Ugl Chimici Caltanissetta, Andrea Alario, aggiungendo che “la dirigenza ha il dovere di fornire spiegazioni al fine di evitare che episodi gravi come quello di oggi possano ripetersi”.

Ugl Roma (Andrea Alario) , 4 giugno 2013, ore 15,26

Documenti/8 - Cgil, «Non polemiche, ma incentivare principio di responsabilità»

La Cgil esprime preoccupazione per lo sversamento di idrocarburi che si è registrato nelle prime ore di oggi nei pressi del fiume Gela. E’ molta l’ansia con la quale le lavoratrici, i lavoratori, la città sta vivendo queste ore e sicuramente i giorni futuri. Siamo consapevoli che l’Eni non produce caramelle ma siamo anche consapevoli che il controllo della gestione degli impianti è doveroso in nome della salute dei lavoratori, dei cittadini, della salvaguardia della capacità produttiva del sito con l’obiettivo di interloquire con il sito industriale eco sostenibile.

Credo che non dobbiamo cadere nell’errore della polemica, dobbiamo invece incentivare il principio di responsabilità sapendo che Gela e i Gelesi rivendichiamo una crescita economica complementare e che nel frattempo si parla con l’Eni per ottenere e monitorare gli investimenti concordati senza se e senza ma. Non vi è una città divisa in merito al contenuto dell’articolo dell’Espresso, sarebbe da sciocchi e da ciechi, vi è una città che pretende rispetto dalle imprese, dai gruppi industriali, dalle istituzioni. Aprire oggi un referendum sociale su chi vuole l’Eni e chi non ne vuole più sapere sarebbe il più bel regalo da fare proprio all’Eni. Invece, la Cgil vuole rispetto dei protocolli sulla salute, sul mantenimento dei livelli occupazionali, sulla presenza di lavoratori gelesi.

Ignazio Giudice, segretario Cgil, 4 giugno 2013, ore 21,23


Autore : Nello Lombardo

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