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Corriere di Gela | Cultura, a proposito dei nuovi barbari
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notizia del 06/10/2010 messa in rete alle 12:27:17
Cultura, a proposito dei nuovi barbari

Delle parole del mio amico Rosario (che so gran lettore di Cioran) condivido quasi tutto, soprattutto laddove si sofferma sul degrado "barbarico" della nostra città e sulla miopia civile e culturale di una classe politica locale che da anni non riesce nemmeno a garantire il normale funzionamento della Biblioteca Comunale. Il discorso, com'è ben noto, potrebbe estendersi ad altri aspetti barbarici della vita della città.

Da una politica edilizia clientelare che impedisce ai singoli cittadini di metter su casa costringendoli a farsi dissanguare dai costruttori di villette e casermoni, gli unici a beneficiare di opportune varianti del piano regolatore, a una crisi occupazionale drammatica che, tra i suoi effetti collaterali, ha quello di far fiorire attività ai limiti della legalità come quella dei venditori ambulanti, che ormai, spinti dalla fame, hanno invaso la città al di fuori di ogni controllo e senza che l'amministrazione pubblica sia in grado di offrire loro un'alternativa valida; da una criminalità organizzata che soffoca sul nascere qualsiasi tentativo di avviare in santa pace la piccola e media impresa allo spettacolo indecente di un traffico impazzito che è specchio del disprezzo ormai diffuso delle più elementari norme del codice della strada e della stessa convivenza civile, la lista delle nuove invasioni barbariche potrebbe purtroppo continuare all'infinito.

Tuttavia, vorrei provocare Rosario su un punto del suo appassionato intervento. Conoscendo bene il suo scrupolo certosino e il suo spirito di precisione, che traspare anche dall'articolo, in cui il problema-Biblioteca è trattato senza mezzi termini, mi ha sorpreso il carattere un po' vago della conclusione, laddove egli scrive: «Gela continui a morire culturalmente e a sollazzarsi, invece, con feste di varia natura, puntualmente e sfacciatamente sponsorizzate proprio dal Comune». A cosa ci si riferisca qui esattamente non è ben chiaro, e allora, lungi dal voler provare a stabilire io cosa volesse dire Rosario, provo a mettere nero su bianco cosa mi piacerebbe che egli avesse voluto dire, proponendo a lui e ad altri un confronto pubblico su questo.

Anche l'estate appena trascorsa ha visto sfilare il suo corteo di pretenziosissimi spettacolini da strapazzo che infestano di noia mortale travestita da rumore giulivo le sere estive di molti paesini italiani come il nostro. Ebbene, anche se mi costa fatica dirlo, non penso che tutto ciò costituisca un problema antropologico serio, se prescindiamo dai costi di denaro pubblico.

Altra cosa, invece, è andare a vedere da vicino l'incredibile spreco di risorse economiche e umane costituito dalle due festività religiose che rispettivamente aprono e chiudono l'estate gelese il 2 luglio e l'8 settembre e che accomunano Gela ad altre realtà italiane economicamente e socialmente depresse. Se abbiamo a cuore la crescita culturale e civile della nostra città, caro Rosario, non pensi che bisognerebbe cominciare dallo spettacolo desolante di decine e decine di migliaia di cittadini – spesso culturalmente sprovveduti – cui si dà a credere, attivamente da parte del clero e delle autorità cittadine e passivamente da parte di chi sa e tace, che andare dietro a un simulacro sia ancora oggi un'occupazione seria e significativa? Non vedi qui un problema di arretratezza culturale e di stile cognitivo ancora primitivo? Come possiamo sognare di vedere la Biblioteca Comunale affollata di mammiferi umani intellettualmente evoluti e in pensosa concentrazione su Eschilo, Montaigne, Dostoevskij e Freud, alla faccia della penosa ignoranza dei nostri politici, se nessuno comincia a dire che, come dimostrano importanti studi sociologici (penso soprattutto a "La tradizione civica nelle regioni italiane" di Robert Putnam, Mondadori 1993), c'è un rapporto stretto tra depressione economica, civile e culturale e radicamento nel territorio del clericalismo e della devozione superstiziosa? Senza contare, poi, che in Italia abbiamo una classe politica che, sin dal patto Gentiloni, tutto farebbe fuorché urtare la sensibilità della tasca dei preti, e non per sincera devozione ma per bassissimo calcolo elettorale, com'è purtroppo noto.


Autore : Marco Trainito

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