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Corriere di Gela | Il Papa e la Sapienza
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notizia del 21/01/2008 messa in rete alle 10:54:32

Il Papa e la Sapienza

I 67 professori di Fisica della Sapienza che avevano manifestato al Rettore il loro disagio per la decisione di quest’ultimo di invitare Ratzinger (foto a sinistra) alla cerimonia di apertura dell’anno accademico di giovedì 17 gennaio, giustificavano il loro punto di vista non solo con argomentazioni generali relative alla ben nota posizione reazionaria del Papa in materia di scienza, ma anche con un riferimento preciso a un fatto accaduto 18 anni fa. Nel 1990, infatti, in un discorso tenuto a Parma, l’allora cardinale Ratzinger citò a proprio sostegno le parole di un noto filosofo della scienza, Paul Feyerabend (1924-1994) (foto a destra), in cui si sosteneva che la Chiesa aveva avuto le sue ragioni a condannare Galileo: «La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione» (citato in J. Ratzinger, Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti, Ed. Paoline, Roma 1992, p. 78). Tutto ciò, hanno detto i docenti dissidenti della Sapienza, umilia ancora oggi il lavoro di qualsiasi uomo di scienza.
In merito a questo particolare della vicenda, non si sono adeguatamente rilevate due cose. 1) È ovvio che Feyerabend aveva ottime (ancorché discutibilissime) ragioni per fare quella famigerata osservazione, legate all’impostazione generale del suo pensiero anarchico. In Contro il metodo (1975), la celebre opera in cui essa ricorre, si trovano numerosi dettagli sulla vicenda Galileo, e Feyerabend spiega provocatoriamente che, per sostenere le sue tesi eliocentriste, lo scienziato ha dovuto violare molte regole ‘scientifiche’ codificate nel corso di una tradizione lunghissima (e non solo quelle di Aristotele, ma anche quelle che tanto sarebbero piaciute ai teorici del metodo scientifico come Karl Popper, il suo grande bersaglio polemico). In sostanza, Feyerabend voleva dire che Galileo ha agito in maniera anarchica contro qualsiasi metodo scientifico prescrittivo e vincolante, sia esso quello aristotelico della Chiesa di allora, quello neopositivista di Carnap o quello falsificazionista di Popper, e pertanto lanciava una sfida aperta e libertaria all’istituzione, che dunque aveva le sue ‘ragioni’ per condannarlo, come, secondo lui, le avrebbe oggi un popperiano per fare la stessa cosa. Viceversa, Ratzinger non aveva alcun motivo per far sua quella affermazione, o meglio, ne aveva solo uno: strumentalizzare un filosofo della scienza per assolvere la barbarie repressiva della Chiesa del XVII secolo e legittimarne il ruolo di arbitro competente in materia di scienza sia ieri che oggi.
2) Tuttavia, è giusto porsi dal punto di vista di un clericale e osservare onestamente che Feyerabend non si è dimostrato affatto scontento della citazione di Ratzinger. Nell’autobiografia (Ammazzando il tempo. Un'autobiografia, Laterza 1994, p. 202), in un contesto in cui stava rievocando un viaggio in Italia nel 1990 per ritirare il Premio Fregene, egli scrisse: «Fu più o meno allora che il cardinale Ratzinger, l'esperto del Papa nelle questioni dottrinali, tenne a Parma una conferenza discutendo il caso Galilei e mi citò a sostegno della sua posizione». Vuol dire che Feyerabend era orgoglioso di questa menzione speciale? Non si può escludere, conoscendo il suo anarchismo metodologico che lo ha spinto a sostenere che anche le idee più aberranti (comprese quelle naziste) meritano di essere prese in considerazione. Ma erano altri tempi, e all'epoca la sottile strumentalizzazione poteva non essere colta. Oggi siamo più smaliziati, perché ci scottiamo ogni giorno con la prepotenza e con l'arroganza culturale della Chiesa
Sappiamo come è andata a finire. Io penso che sia stata già una gran cosa il fatto che alcuni docenti e studenti abbiano avuto il coraggio di opporsi esplicitamente e fermamente a una cosa inutilissima nella sostanza (Ratzinger non avrebbe ripetuto che i soliti infondati luoghi comuni sulla fede che in Dio con Dio e per Dio, vero Logos, fonda e invera ogni sapere vero) e dannosa nella forma (perché avrebbe rinforzato nella maggioranza dei semplici il luogo comune infondato e implicito secondo cui la Chiesa ha da dire cose rilevanti e autorevoli sul mondo che ci circonda).
La vicenda rispecchia esemplarmente la situazione italiana di questi anni. È stato stupefacente vedere come, presso i politici nostrani, si sia scatenata la corsa in soccorso del più forte. Anche il Presidente del Consiglio è sceso in campo rilasciando dichiarazioni indignate contro i docenti di fisica rei di aver voluto imbavagliare il povero e indifeso Ratzinger. Nessuno di questi si è vergognato per aver fatto finta di non capire che è proprio chi ha avuto la bella idea di invitare il Capo di uno stato estero, notoriamente nemico della conoscenza libera e laica, all'inaugurazione dell'a.a. del più prestigioso ateneo della Capitale che dovrebbe giustificare con argomenti validi una scelta di questo tipo. Ma è ovvio che tali argomenti non esistono, perché la scelta è stata un puro atto di sottomissione compiacente a un potere oscurantista che ormai sta dilagando. Non c'è stato un solo giornalista che abbia chiesto al Rettore di spiegare su quali basi ritenga che il Papa rappresenti una voce autorevole e competente in materia di scienza e di pena di morte, al punto da rendere desiderabile una sua prolusione alla Sapienza su tali temi. In Italia, gente influentissima in Parlamento e nel mondo dei media è sinceramente convinta che quello religioso, e cattolico in particolare, sia un magistero dotato di una autorevolezza epistemologica intrinseca, a priori, che pertanto non deve dare dimostrazioni sul campo con risultati concreti in termini di contributi allo sviluppo della conoscenza. È un magistero autoprotetto posto al di là della discussione e del libero esame. È un assegno in bianco che la Chiesa è riuscita ad estorcere e che nessuno più si sogna di chiedere indietro. Ecco perché ci si indigna ipocritamente se qualcuno osserva che il re è nudo e che non ha alcun titolo per tenere lezioni di qualsiasi tipo in una università laica di un regno non suo. Il “gran rifiuto” di martedì 15 ha salvato Ratzinger dai fischi, cui non è abituato chi vive circondato da schiere di adoratori. La cosa scandalosa è stata leggere le dichiarazioni di Prodi, Veltroni, Fioroni, Cesa e altri notabili di entrambi gli schieramenti, tutti compatti nel mostrare indignazione per il gesto di "maleducazione" e di "intolleranza" dei professori di fisica e degli studenti. Dovrebbero capire che la colpa è solo loro se la Chiesa ha potuto alzare la cresta al punto da presentarsi ormai come un attore ascoltatissimo e autorevolissimo nello spazio della discussione pubblica su questioni civili, politiche e culturali, e che questo non poteva non scatenare una reazione (inevitabilmente scomposta) nella minoranza autenticamente laica che percepisce in tutto ciò una indebita intromissione negli affari del nostro Stato da parte di una setta di anacronistici ierofanti stranieri. Abbiamo una classe politica miope e miserabile che per puro opportunismo elettoralistico agisce con una logica culturalmente così arretrata (la religio come instrumentum regni) da risultare più vicina a quella del mondo islamico che a quella delle democrazie moderne, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, a tutti i livelli, dalla spazzatura figlia del clientelismo e del nepotismo di casta all'orribile idea – condivisa praticamente da tutti i papaveri, dal Rettore al Presidente del Consiglio, dal leader dell'opposizione al Ministro dell'Istruzione – che un Papa, cioè una figura fondata su un'ideologia infondata sopravvissuta al Medioevo, sia dotato ancora oggi di autorevolezza in materia di etica, scienza e politica (proprio lui che in campo etico si basa ancora su un vademecum settario fissato 2000 anni fa, in campo scientifico non sa nulla per principio e in campo politico è fermo alla teocrazia).


Autore : Marco Trainito

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