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Corriere di Gela | La Politica e il credere nella... credenza
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notizia del 17/09/2007 messa in rete alle 10:06:03
La Politica e il credere nella... credenza

È da poco uscito anche in Italia L’illusione di Dio del famoso biologo inglese Richard Dawkins. Insieme a Rompere l'incantesimo del suo amico americano Daniel Dennett, uno dei massimi filosofi viventi, costituisce un fantastico dittico, forse il miglior uno-due della storia del pensiero laico moderno. Entrambi i libri sono usciti in Inghilterra e negli Stati Uniti nel 2006, ma il libro di Dennett è di poco precedente, tant’è vero che Dawkins ha modo di citarlo e discuterlo più volte. Tra le novità più rilevanti di questi due libri epocali, scritti da due scienziati darwinisti come manifesti dell’ateismo filosofico “brillante” (bright) contro l’infondata e ingiustificata popolarità delle varie religioni nel mondo, vi è un’acuta critica di quello che Dennett chiama “credere nella credenza”.
Le idee di Dennett e Dawkins, manco a dirlo, gettano una luce interessante per comprendere la situazione italiana, ormai in caduta libera verso il Medioevo.
Il dichiararsi in qualche modo atei o agnostici e il contestuale omaggiare la capacità altrui di avere una fede religiosa qualsiasi, condito anche con ammissioni di sincera invidia esistenziale, sono oggi la versione politically correct dell’antica e cinica idea della religione come instrumentum regni. Questa idea ha innumerevoli articolazioni, variamente imparentate tra loro, e può albergare nella mente di un tiranno, in quella di un leader politico democratico, in quella degli intellettuali che si definiscono “atei devoti” e in quella dell’uomo mediamente colto e sedicente “tollerante”, oppure nel sistema legale di uno Stato (in Italia si può non andare a scuola di sabato per motivi religiosi e altrove si può essere esonerati dal servizio militare se si dichiara di far parte di una famiglia di quaccheri).
In tutti questi casi si dà importanza al fatto che altri abbiano una fede religiosa (in genere istituzionalizzata), cioè si crede nella credenza altrui. Si pensa, in altre parole, che il fatto che altri abbiano una fede sia una cosa positiva e socialmente auspicabile, per svariati motivi riconducibili al ruolo che si svolge. Un intellettuale che “crede nella credenza”, ad esempio, fa una bella figura sia con le persone che, come lui, si reputano troppo intelligenti per aderire a un sistema di credenze dogmatiche, sia con quelle che vi aderiscono, perché queste ultime gli riconoscono apertura mentale e tolleranza. Ma se già uno è sindaco di un Comune, gli effetti sono diversi. Il credere nella credenza si traduce nel finanziamento con soldi pubblici di parrocchie, sette religiose varie, feste del patrono, ecc., per motivi di bassa propaganda elettorale (da questo punto di vista, il nostro Sindaco è un asso imbattibile, con l’aggravante che forse crede sinceramente pure nella propria stessa credenza, peraltro piuttosto vicina alla bigotteria). Se poi uno è al Governo nazionale, la cosa può assumere proporzioni rilevantissime, perché si può fare in modo che una chiesa si trasformi in uno Stato nello Stato, venga foraggiata con cifre dell’ordine di grandezza di una manovra finanziaria e si trasformi in un alleato potentissimo per il mantenimento del potere.
Il discorso si potrebbe allargare ponendo in questione il concetto di “tolleranza”, spesso usato a sproposito. Per esempio, sarebbe il caso di riflettere sulle conseguenze diversissime, dal punto di vista teorico e pratico, cioè politico, che possono avere due ‘ragioni’ diverse della tolleranza, che di solito vengono confuse o non ben tenute distinte.
Perché mai si dovrebbe essere “tolleranti” con le credenze altrui? Le risposte più sensate sono sostanzialmente due:
1) perché tutto è relativo, e le credenze sono tutte ugualmente “vere” secondo i loro standard interni di verità;
2) perché siamo irrimediabilmente fallibili, e tutte le nostre credenze sono false, anche se non nella stessa misura, sulla base di un ideale regolativo unico di verità.
Questo ci porta alla ipocrita e trita battaglia propagandistica di Ratzinger contro il relativismo. In effetti, Ratzinger non sa, o finge furbescamente di non sapere, che la sua pacchia nel nostro paese dipende proprio dal fatto che una buona fetta dei nostri politici è costituita da prodi credenti nella credenza. In altri termini, lo Stato italiano, grazie alla particolare generazione di politici che si ritrova soprattutto oggi, assume tacitamente e ambiguamente la prima delle due ‘ragioni’ della tolleranza proposte, che altro non è se non una formulazione forte del relativismo culturale. La presunta laicità del nostro Stato, quindi, si fonda sull’assunzione di una dottrina filosofica irrazionale e autocontraddittoria (come è stato mostrato da molti), e questo dà il via libera all’agenzia ideologica economicamente più forte sul mercato (la Chiesa) di spadroneggiare e di esercitare un monopolio culturale assoluto. Ratzinger, pertanto, dovrebbe smetterla di condannare il relativismo se non altro perché è grazie all’irresponsabile ed implicita assunzione di esso da parte della nostra classe politica se lui e i suoi accoliti possono sguazzare nell’oro.
D’altra parte, una nozione di laicità che si fondasse sulla seconda delle ‘ragioni’ della tolleranza che proponevo, non potrebbe mai accordare un’autorevolezza e un prestigio sociale e politico di particolare rilievo ad alcuna agenzia religiosa, e quindi nemmeno a un’agenzia settaria e irrazionale come la Chiesa cattolica.


Autore : Marco Trainito

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